Anni passati ad ascoltare storie di dolore
Carmen Ocaña Gómez, attivista
A volte devo frenare. Un freno che immobilizza il mio cuore, come se qualcuno lo stringesse per costringerlo a fermarsi. Non ho molto chiaro se questa sosta serva a ripartire con più forza o solo a smettere di soffrire per un momento. Sono anni che ascolto storie. Detto così sembra persino facile, ma ognuna di esse ha dietro bambini che, a volte, dico solo a volte, non sono consapevoli di ciò che la società sta rubando loro. E hanno dietro genitori disperati, angosciati da una realtà che ogni giorno diventa più grande di loro; e hanno dietro nonni, che non sempre capiscono bene cosa stia succedendo e che percepiscono solo che non li lasciano aiutare, anche quando non sanno nemmeno come farlo, e hanno dietro fratelli che a volte piangono pensando che i loro genitori non vogliano bene a loro, perché vogliono bene solo all’altro fratello, quello che è diverso.
Quanto è crudele questa differenza! E la stabiliamo noi, tra tutti, con il nostro modo di agire, di comportarci, persino a volte di guardare dall’altra parte. E non dirmi di no. Sono certo che se ci pensi bene, anche tu hai guardato dall’altra parte in qualche momento. Non posso biasimarti per questo, ma solo se è stato per un secondo e dopo sei tornato a guardare con l’entusiasmo di credere in un mondo per tutti.
A volte le storie che ascolto mi portano a un eterno déjà vu. C’è sempre un bambino discriminato, c’è sempre un insegnante che non vuole svolgere bene il proprio lavoro, ci sono sempre autorità scolastiche che non hanno idea di cosa stiano parlando, ci sono sempre pareri ingiusti, test obsoleti, processi alle famiglie… E dolore, c’è sempre molto dolore. Ho sempre creduto che la capacità dell’essere umano di fronte al dolore possa essere infinita. Ci sono sempre situazioni che ci superano e che, a priori, crediamo di non essere in grado di sopportare, ma lo facciamo. Il dolore delle famiglie che alzano la cornetta e chiamano uno sconosciuto nella speranza di cercare aiuto sfugge a ogni possibilità di spiegazione. Bisogna viverlo, bisogna sentirlo…
Quando, a volte, alzo la cornetta per rispondere a persone sconosciute che mi chiamano credendo che io possa aiutarle, non sempre sto bene. Ognuno porta i propri pesi e demoni personali, ma mi obbligo sempre a sorridere, anche quando l’altra persona non mi sta vedendo, per trasmettere loro serenità, per aiutarle a gettare con più facilità quel ponte di disperazione verso una persona che non conoscono e verso la quale l’impotenza le ha condotte. Voglio pensare che quel sorriso arrivi loro.
Sono anni che mi occupo di questo, a volte penso che non si sia ancora ottenuto nulla, ma nonostante la sconfortante natura di questo pensiero, ringrazio sempre la vita per l’opportunità che mi dà ogni giorno di poter, o almeno tentare di, aiutare qualcuno.
Io ho iniziato in tutto questo per caso. Qualcuno mi ha chiamato e, di fronte alla mia sorpresa per l’offerta, non ho saputo, né potuto, né voluto dire di no. La vita va intesa come una grande catena di favori, come un gigantesco domino, che ci permette di abbattere una tessera e diffondere così ciò che vogliamo. Non potrei continuare a fare attivismo se non la intendessi così, se non credessi che la tessera che abbatto oggi avrà una continuità domani in un’altra, e il giorno dopo in un’altra ancora, e in un’altra ancora il giorno successivo, e così via…
Un giorno, le avremo abbattute tutte e la scuola che vogliamo, in cui crediamo, dove non ci siano etichette, dove ai bambini non venga inoculato il gene della discriminazione, ma quello del rispetto, dove lo sguardo sia lo stesso verso tutti, dove comprendiamo che le differenze ci arricchiscono, che aggiungono valore, perché ogni essere umano aggiunge valore, indipendentemente dalle nostre differenze… Quella scuola sarà una realtà.
E quel giorno non sentirò il cuore stringersi.
