‘Quererla es Crearla’ sta avendo una vastissima risonanza nei media di un ampio spettro. Di seguito sono riportate alcune delle notizie, interviste e reportage pubblicati sulla stampa scritta, ma anche in televisione e alla radio.

Servizi televisivi

La aventura del Saber, RTVE

Tesis, Canal Sur

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Audiodescrizione [AD]: Introduzione del programma TESIS, Canal Sur.

(Musica di sottofondo)

Audiodescrizione [AD]: Un gruppo eterogeneo di persone entra nel campus dell'Università di Malaga, circondato da aree verdi. Si siedono su una panchina circolare in pietra e iniziano a chiacchierare animatamente. Primi piani catturano le espressioni emozionate e l'entusiasmo nelle loro interazioni.

Audiodescrizione [AD]: Teresa Racón parla davanti alla telecamera in un'area verde.

Teresa Racón:— Quererla es crearla è un movimento che ha in parte le sue origini a partire da un workshop che si è tenuto qui, all'Università di Malaga. In quell'occasione, si sono riunite persone da tutto il panorama spagnolo —docenti, studenti, professionisti dell'istruzione, orientatori— e, a partire da lì, abbiamo iniziato a rilevare una serie di necessità che sembrava avesse la scuola. Trasformazioni necessarie per renderla più inclusiva.

Audiodescrizione [AD]: Diverse persone entrano nell'edificio della Facoltà di Scienze dell'Educazione di Malaga.

Insegna: Educare nell'uguaglianza.

[Musica]

Audiodescrizione [AD]: Viene mostrato l'atrio della facoltà, seguito da Ignacio Calderón che parla alla telecamera in un'area verde.

Etichetta: Ignacio Calderón, docente della Facoltà di Scienze della Formazione dell'UMA e membro di 'Quererla es Crearla'.

Ignacio Calderón:— Emerge da diversi luoghi. Da un lato, dal piano sociale, dall'attivismo di molte persone che svolgono un lavoro da molto tempo, ma anche dall'università, dal desiderio di trasformare radicalmente il modo in cui le scuole accolgono l'intera popolazione.

Audiodescrizione [AD]: Un gruppo di giovani di diverse età conversa in un ambiente naturale. Si aggiungono altre persone.

Etichetta: Il progetto 'Quererla es Crearla' dell'Università di Malaga lavora a favore di un sistema educativo basato sull'equità e sull'inclusione.

Ignacio Calderón (v.o.):— Quindi, in un certo senso, esiste un legame tra i desideri delle persone di trasformare quelle scuole e il lavoro che si sta svolgendo all'università per sostenere queste persone nell'elaborazione di discorsi, nella costruzione di nuove pratiche, nella trasformazione delle politiche, eccetera.

Audiodescrizione [AD]: Diana Farzaneh parla davanti alla telecamera in un'aula del CEIP La Parra.

Etichetta: Diana Farzaneh, insegnante di Pedagogia Inclusiva presso il CEIP La Parra.

Diana Farzaneh:— Gli studenti che si trovano in una situazione di esclusione sono gli studenti più vulnerabili, perché non rientrano in quel quadro normativo che intendiamo come 'normale', come può essere il caso di studenti con un orientamento sessuale diverso dalla maggioranza, studenti che presentano peculiarità cognitive, peculiarità fisiche, peculiarità nel modo di comunicare…

Per noi, le differenze non sono un problema, non sono una difficoltà. Vogliamo bambine e bambini che siano persone capaci di valorizzare le differenze come qualcosa di meraviglioso e necessario, e non come un problema se una persona sente in modo diverso da me. Che una persona pensi, si sposti o parli in modo diverso da me.

Audiodescrizione [AD]: Il gruppo di persone partecipanti si abbraccia e ride mentre la telecamera si sofferma su ognuna di loro.

Audiodescrizione [AD]: Carmen Moreno parla alla telecamera in un'area verde.

Etichetta: Carmen Moreno, membro di 'Quererla es crearla'.

Carmen Moreno:—'Quererla es crearla' è un lavoro che, soprattutto, riteniamo sia la base per una scuola inclusiva. Il germe principale è che l'intera comunità educativa e l'intera società comprendano e riconoscano il diritto all'educazione inclusiva. Dobbiamo cambiare sguardo e cultura.

Audiodescrizione [AD]: Il gruppo entra in un'aula del CEIP La Parra e si siede. Viene proiettato il documentario Quererla es Crearla.

Etichetta: Il gruppo lavora alla consulenza e alla formazione nelle scuole affinché possano implementare un modello più egualitario nelle aule.

Audiodescrizione [AD]: Carmen Matés parla alla telecamera in un'aula del CEIP La Parra.

Sottotitolo: Carmen Matés, direttrice del CEIP La Parra.

Carmen Matés:— Ci siamo trovati nella necessità di dover invitare qualcuno dall'esterno che potesse aiutarci a lavorare sull'inclusione. Quindi, abbiamo chiamato l'Università, abbiamo parlato con Nacho Calderón ed è venuto a formare il corpo docente su come potessimo lavorare in quella scuola inclusiva.

In un primo momento, pensiamo che la scuola inclusiva sembri quasi magica, no? Fai una formazione e sembra che tu l'abbia già raggiunta. E ti rendi conto, dal momento in cui inizi, che è esattamente il contrario. Che è un mondo in cui devi lavorare giorno dopo giorno, e che nel momento in cui si affronta un qualsiasi conflitto, cosa naturale nelle scuole, la domanda è come lo affronteremo, al di là dell'apprendimento. Lì sorge già la necessità di capire come possiamo farlo, no?

Audiodescrizione [AD]: Diana Farzaneh parla alla telecamera in un'aula del CEIP La Parra.

Diana Farzaneh:— La struttura che abbiamo attualmente nel sistema educativo non ci permette di costruire l'inclusione fin dall'inizio, perché il curriculum presuppone una differenza. Il curriculum, così come è organizzato attualmente, vede la maggior parte del corpo docente utilizzare libri di testo, per esempio. Ebbene, questo rappresenta già un'enorme barriera per tutte le bambine e tutti i bambini, non solo per un gruppo più peculiare, ma anche per il resto che sta imparando che la conoscenza arriva impacchettata in un libro, secondo ciò che stabilisce quella casa editrice. Che è ciò che bisogna sapere e il resto non interessa. Per esempio, questo è contrario ai valori culturali, no?

Nella nostra scuola ci sono bambine e bambini di culture diverse e, tuttavia, i libri di testo parlano solo di una cultura molto concreta. Le loro sono invisibilizzate. Se capissimo che questo è il curriculum, staremmo invisibilizzando e togliendo valore alla loro cultura, a quella che loro portano. Ai saperi che le bambine e i bambini portano.

Audiodescrizione [AD]: Carmen Matés parla alla telecamera in un'aula del CEIP La Parra.

Carmen Matés:— È molto difficile fare un insegnamento… di massa, no? Uguale per tutti. Beh, è facile farlo, ma non è facile che arrivi a tutti gli studenti perché ognuno impara in modo diverso e ognuno ha le proprie emozioni e ognuno arriva con un bagaglio carico in modo diverso.

Di conseguenza, dare una risposta a ciascuno degli studenti è dove nasce l'esigenza dell'insegnante. Abbiamo bisogno di quella formazione, di quell'aiuto, di quella riflessione costante a cui, a volte, noi insegnanti non siamo abituati, in cui dobbiamo imparare ascoltando l'altro.

Audiodescrizione [AD]: Viene proiettato il documentario Quererla es crearla nell'aula del CEIP La Parra. Scena iniziale: Collage. Un bambino sorride sopra una grande ruota dentata color fucsia. In primo piano, una vecchia macchina da scrivere con uno scritto che dice «pero quisimos amor». Sul lato sinistro, un documento intitolato «Convenzione sui diritti del fanciullo (20.11.1989).»

Audiodescrizione [AD]: Di seguito, si susseguono immagini che alludono alla schiavitù e alla lotta antirazzista. Tra queste, appaiono i volti di Martin Luther King, Nelson Mandela, Rosa Parks, una donna nera che vota e manifestanti.

Narratrice (v.o.):— C'è stato un tempo in cui il colore di alcuni esseri umani li rendeva proprietà di altri, un tempo in cui la legge li discriminava e li segregava. Ma abbiamo voluto la libertà.

[Musica]

Audiodescrizione [AD]: Scene di studenti che partecipano alla registrazione del documentario.

Titolo 1. Rendere partecipe l'istituzione.

Etichetta 2. Aiuta a evitare i pregiudizi e favorisce il dialogo tra generazioni e collettivi.

Etichetta 3: Gli studenti della Facoltà di Scienze della Formazione hanno contribuito al progetto con un canale YouTube per offrire contenuti didattici.

Etichetta 4: Teresa Rascón, docente di Scienze dell'Educazione presso l'UMA e membro di Quererla es Crearla.

Teresa Rascón (v.o.):— La partecipazione degli studenti qui all'università in quei video tutorial, la verità è che è stata molto attiva fin dall'inizio. Inoltre, è stato un lavoro che considero molto arricchente per loro, perché hanno avuto un periodo in cui hanno dovuto preparare i copioni. Noi tutor li abbiamo revisionati e, a partire da lì, hanno dovuto impararli, registrarli…

Vale a dire, credo che per loro, almeno la valutazione che hanno fatto di quel processo, sia stata molto positiva. E il fatto di vedere che quel prodotto elaborato qui, all'interno dell'università, non rimane tra quelle quattro mura, ma esce fuori e che ha davvero un'utilità, per formare, per esempio…

Audiodescrizione [AD]: Teresa Rascón parla davanti alla telecamera in un'area verde.

Teresa Rascón (v.o.):— Per esempio, noi lo stiamo utilizzando per corsi di formazione del corpo docente. È persino disponibile sul sito web dell'università. Vale a dire, qualsiasi scuola che lo desideri può accedere alla pagina di www.creemoseducacioninclusiva.com e lì hanno pubblicato tutte le risorse che abbiamo creato.

Audiodescrizione [AD]: Teresa Rascón e Ignacio Calderón mostrano materiali e risorse di Quererla es Crearla al gruppo partecipante in un'aula del CEIP La Parra.

Ignacio Calderón (v.o.):— Dalla realtà sono scaturite molteplici narrazioni creative su come le persone possano trasformare la realtà, quella che sta causando loro danno o che è ampiamente migliorabile. Ebbene, da lì emergono le guide che sono state realizzate.

Audiodescrizione [AD]: Ignacio Calderón parla alla telecamera in un'area verde.

Ignacio Calderón:— Sono state realizzate diverse guide: una guida per costruire politiche pubbliche; una guida creata dagli studenti e rivolta ad altri studenti, affinché siano loro stessi a costruire le proprie scuole. In altre parole, non devono aspettare che sia il corpo docente a farlo, ma si mettono all'opera per costruire quelle scuole inclusive.

Audiodescrizione [AD]: Tre giovani sfogliano una rivista intitolata Come rendere inclusiva la scuola, di La aventura de Aprender.

Ignacio Calderón:— Esiste una guida realizzata dalle famiglie su come dissentire nelle scuole; una guida per orientatori e orientatrici per costruire pratiche di orientamento che siano in linea con l'inclusione e con i diritti umani.

Audiodescrizione [AD]: Ignacio Calderón parla davanti alla telecamera in un'area verde.

Ignacio Calderón:— E, infine, ce n'è un'altra affinché le scuole stesse possano costruire processi di ricerca-azione partecipativa, che è l'altra grande metodologia che abbiamo utilizzato.

Audiodescrizione [AD]: Riunione ufficiale tra la ministra dell'Istruzione, Pilar Alegría, e il segretario di Stato all'Istruzione, Alejandro Tiana, e due giovani, sedute di fronte a loro. Una delle giovani si rivolge a loro.

Giovane:—… hanno provato a espellerlo da scuola. E abbiamo un amico, che si chiama Rubén, che invece è stato cacciato da scuola.

Audiodescrizione [AD]: In uno spazio all'aperto, due giovani ballano sullo sfondo e un terzo giovane, su una sedia a rotelle, rimane vicino a un tavolo in primo piano. Successivamente, un giovane con uno zaino cammina attraverso una piazza con i tavoli dei ristoranti.

Etichetta: Il documentario Quererla es crearla, diretto da Cecilia Barriga e che ha visto la partecipazione del collettivo, è stato proiettato al Museo Reina Sofía di Madrid.

Audiodescrizione [AD]: Ignacio Calderón parla davanti alla telecamera in un'area verde.

Ignacio Calderón:— Il documentario 'Quererla es crearla' è un documentario diretto da Cecilia Barriga, una cineasta cilena con una lunga carriera, ed emerge da una storia: la storia di Rubén Calleja e della sua famiglia nella lotta per il suo diritto all'educazione inclusiva, che gli era stato negato e che, recentemente, è stato riconosciuto dall'ONU come una violazione da parte dello Stato spagnolo di un diritto umano fondamentale di un bambino.

Audiodescrizione [AD]: Antón Fontao, in una scena del documentario, mentre parla alla telecamera insieme a un'altra persona.

Ignacio Calderón:— Partendo da lì, da quella storia, il documentario funge da specchio per l'intero processo di ricerca avviato, che ha una componente biografica nella storia di Rubén, ma anche nelle storie di altre famiglie che raccontano cosa è successo loro nelle scuole, cosa non funziona…

Audiodescrizione [AD]: Raúl Aguirre di fronte a una giovane che comunica con i gesti. A seguire, Indira insieme a un adulto e un giovane che le prestano attenzione e sorridono. Dietro Indira, in un ambiente naturale, una giovane fa bolle di sapone insieme a una persona adulta che sembra sorridere.

Audiodescrizione [AD]: Tre giovani seduti su una panchina di pietra. Tutti e tre guardano verso la fotocamera. Malena Calderón, partecipante al documentario Quererla es Crearla, è seduta al centro. Alla sua sinistra, Alberto Sánchez, anch'egli partecipante.

Malena Calderón:— Registrare questo documentario è stato davvero positivo, perché abbiamo fatto molte amicizie in Spagna, abbiamo potuto parlare con la ministra dell'Istruzione per sistemare le cose nelle scuole, o almeno provarci.

Audiodescrizione [AD]: Quattro giovani partecipanti al documentario conversano animatamente. Tra loro ci sono Rubén Calleja, Antón Fontao e Malena Calderón. L'ambiente è uno spazio all'aperto con muri in pietra. Di seguito, due giovani seduti su un terreno naturale. Uno di loro dipinge o legge su un tablet. L'altro sembra giocare con la terra.

Malena Calderón:— Abbiamo trasmesso che tutti hanno bisogno di essere inclusi nelle scuole e che molti bambini si sentono esclusi perché non sono nelle classi ordinarie.

Alberto Sánchez:— È stata una grande esperienza perché mi ha dato molto, tra cui sapere che, anche se sembra di essere soli, non lo si è, perché ci sono persone che stanno passando la stessa cosa che stai passando tu. E, beh, mi è servito sia per sostenere che per farmi sostenere dalle persone che hanno partecipato a questo.

Audiodescrizione [AD]: Il gruppo che partecipa alla formazione CEIP La Parra si riunisce, in cerchio, in un ambiente naturale o in un parco. Conversano e si scambiano idee.

Alberto Sánchez:— Con il documentario, ciò che vogliamo chiedere è che tutti debbano essere inclusi, senza dividerli per conoscenze, capacità o altro. Che si aprano le menti e i cuori degli insegnanti e degli studenti, eccetera. Tutti, insomma.

Audiodescrizione [AD]: Il gruppo entra a scuola e percorre i suoi spazi naturali per dirigersi verso l'aula. Dietro di loro, un autobus blu.

[Musica]

Audiodescrizione [AD]: Carmen Moreno parla alla telecamera.

Carmen Moreno:— Tutto il lavoro che si sta sviluppando in 'Quererla es crearla', come ad esempio il documentario o le diverse guide e strumenti che sono stati elaborati, è una finestra aperta verso la società affinché quelle persone che si sentono identificate o vogliono iniziare a lavorare nelle proprie scuole per una scuola inclusiva, abbiano materiali a disposizione. Possano trasformare quelle scuole.

Audiodescrizione [AD]: Diverse persone del gruppo si fermano ed esplorano un ambiente naturale con cactus.

Audiodescrizione [AD]: Teresa Rascón parla alla telecamera in un'area verde.

Teresa Rascón (v.o.):— Continuiamo a riscontrare alcune resistenze all'interno dell'istituzione scolastica che impediscono che determinate azioni possano essere condivise, e non rimangano confinate nell'ambito di una singola aula o di un singolo insegnante. Che la sorte di uno studente non sia nelle mani di un insegnante, ma che sia responsabilità di un intero istituto.

Audiodescrizione [AD]: Teresa Rascón parla con una delle componenti di Quererla es crearla.
Audiodescrizione [AD]: Quattro componenti parlano tra loro in un ambiente naturale con cactus.
Audiodescrizione [AD]: Malena Calderón parla con un'altra componente in uno spazio naturale.
Audiodescrizione [AD]: Ignacio Calderón parla con un giovane membro in un ambiente naturale.
Audiodescrizione [AD]: Diana Farzaneh parla con un membro in un ambiente naturale.

Teresa Rascón (v.o.):— Serve una maggiore consapevolezza sociale. Noi abbiamo lavorato con famiglie che avevano già un percorso attivista, ed è necessario sensibilizzare un altro ambito della società che non ha tale percorso.

Audiodescrizione [AD]: Diana Farzaneh parla davanti alla telecamera in un'aula del CEIP La Parra.

Diana Farzaneh:— Dobbiamo costruire una comunità in cui le persone abbiano bisogno l'una dell'altra, si aiutino, si vogliano bene… per come sono. E non si può fare solo da un collettivo, ma dobbiamo essere tutte insieme: devono esserci il corpo docente, gli studenti, le associazioni, il comune. È qualcosa che dobbiamo fare tutte, credendo fondamentalmente che sia possibile. Qui l'utopia… Dobbiamo recuperare le utopie. Dobbiamo credere che sia possibile in questo mondo così catastrofico, dove sembra che non ci sia più nulla da fare. Il mondo si distrugge, si autodistrugge, e non possiamo fare nulla.

Audiodescrizione [AD]: Raúl Aguirre scatta foto in un ambiente naturale. Guarda verso la telecamera.
Audiodescrizione [AD]:Un gruppo di giovani si affaccia a un balcone, osservando l'ambiente circostante e le auto che circolano. Tra loro c'è Antón Fontao.

Diana Farzaneh:— Dobbiamo recuperare la consapevolezza che è possibile, perché siamo noi a costruire la realtà che abbiamo, e possiamo migliorarla. E volerla è crearla.

[Musica]

Audiodescrizione [AD]: Il gruppo di persone che fanno parte di Quererla es Crearla condivide risate, complicità e abbracci in un ambiente aperto.

Crediti:

Sceneggiatura di Juanjo Zayas.

Montaggio di José Antonio Galiano

Immagine di Macarena Texeira.

È arrivato il momento, 101TV

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Audiodescrizione [AD]: Intro del programma È arrivato il momento, diretto da Roberto López. Presentazione del progetto ‘Estudiantes por la inclusión’.

(Musica)

ROBERTO LÓPEZ - R.L.:— È arrivato il momento. Oggi è giovedì, il giorno 23, e il giovedì dedichiamo uno spazio in questo tempo televisivo a parlare di università. E oggi mi accompagnano tre ricercatori, tre amici che ci racconteranno un progetto molto, molto interessante.

Alla mia destra, Luz del Valle, ricercatrice del Dipartimento di Teoria e Storia dell'Educazione e M.I.D.E. Ciao Luz, come stai?

LUZ MOJTAR - L.M.:— Ciao, bene, e tu?

R.L.:— Bene, grazie. Cos'è esattamente M.I.D.E.?

L.M.:— Metodi di ricerca e diagnosi nell'educazione.

R.L.:— Mamma mia, quante cose. Grazie, Luz, per essere con noi. Con noi c'è anche, alla mia sinistra, María Teresa Rascón. È professoressa ordinaria del Dipartimento di Teoria e Storia dell'Educazione e anche M.I.D.E.

TERESA RASCÓN - T.R.:— Buongiorno.

R.L.:— La questione del M.I.D.E. la conosciamo già. Come stai?

T.R.:— Bene, e tu?

R.L.:— Bene, grazie. Come vanno le lezioni, tutto bene?

T.R.:— Tutto bene per ora. Abbiamo buoni studenti, non ci possiamo lamentare. C'è futuro e c'è speranza.

R.L.:— Sì, lo sappiamo, lo sappiamo. È con noi anche Ignacio Calderón, professore ordinario presso il Dipartimento di Teoria e Storia dell'Educazione, e anche M.I.D.E. Nacho, come va, come stai?

NACHO CALDERÓN - N.C.:— Molto bene, ci ripetiamo. Tutti colleghi dello stesso dipartimento.

R.L.:— Certo, perché alla fine state tutti lavorando allo stesso progetto.

N.C.:— Sì, lavoriamo tutti allo stesso progetto. Ci sono persone che provengono da altri dipartimenti e da altre facoltà, ma, sì, noi, quelli che oggi rappresentano il progetto, siamo tutti dello stesso dipartimento.

R.L.:— Un progetto, Luz, molto integrale, perché racconteremo che studenti, professionisti, famiglie e ricercatori vi siete uniti per analizzare una questione che ci sta molto a cuore: l'inclusione nell'istruzione, nelle scuole.

L.M.:— Esatto.

R.L.:— Questo è, in sostanza, un po' l'obiettivo del vostro lavoro.

L.M.:— Sì, tutti insieme, tutti a remare nella stessa direzione, affinché l'istruzione sia inclusiva, uguale per tutti.

R.L.:— Che tutti capiscano: in aula c'è posto per tutti. Attenzione, perché il vostro progetto, e credo che tu sia una delle promotrici, ha ricevuto un premio mondiale per il progetto «Estudiantes por la inclusión».

L.M.:— «Estudiantes por la inclusión» fa parte di un progetto più ampio che, dall'università, è «narrativa emergente», ma che è ‘Quererla es crearla’. Quell'insieme di persone di cui parlavi all'inizio.

R.L.:— Un'iniziativa che ha ricevuto il World Down Syndrome Award 2023, un premio al vostro studio, non al vostro lavoro. Com'è stato accolto dal team?

L.M.:— Beh, con grandissima gioia, siamo super orgogliosi. Credo che si stiano mostrando le immagini degli studenti, che hanno ricevuto il premio. Immagina, siamo super orgogliosi di loro, del lavoro che hanno svolto e di noi, come team professionale che li accompagna e rende possibile tutto ciò.

R.L.:— Nacho, dimmi, in cosa consiste questo progetto premiato, per favore?

N.C.:— Beh, il progetto premiato si chiama “Estudiantes por la inclusión” ed è un gruppo molto eterogeneo di studenti che abbiamo convocato qualche anno fa per realizzare una guida che ci era stata commissionata dal Ministero. La guida è una guida degli studenti, costruita da quegli stessi studenti, che hanno lavorato per oltre un anno attraverso riunioni periodiche in cui aiutavano altri studenti a rendere le loro scuole più inclusive. In altre parole, è il corpo studentesco stesso che prende l'iniziativa e decide di farsi avanti, per così dire, per rendere le scuole più inclusive, senza aspettare che siano i docenti o le famiglie a farlo.

E a partire da quell'inizio, che consiste nel realizzare una guida, questi studenti hanno formato il corpo docente, tenuto una marea di conferenze, partecipato a un documentario. Insomma.

R.L.:— Gli studenti stessi?

N.C.:— Gli stessi studenti che formano i docenti. Sì, sì.

R.L.:— Studenti, inoltre, con una diversità. Ovvero, persone molto diverse.

T.R.:— Tutti noi abbiamo un gruppo molto molto diverso. Studenti con disabilità, con diversa identità sessuale, di genere diverso, con rendimento accademico molto differente, razza, etnia…, insomma, è un gruppo molto molto diverso, ma si sono integrati perfettamente. Vale a dire, nel gruppo in nessun momento si parla di queste categorie.

R.L.:— Sì, che bello. Sono tutti studenti, insieme, che chiacchierano. Perché leggo che hanno parlato delle loro esperienze, riguardo alla questione dell'inclusione, raccontando persino le loro storie di vita. Lì inizia una sorta di laboratorio di idee. Iniziano a parlare, ad arrivare a conclusioni, e sono loro che poi rieducano gli altri.

L.M.:— Sì, è molto curioso, il gruppo è formato da persone che non si conoscevano. In precedenza non si conoscevano, qualcuno aveva avuto qualche contatto molto sporadico perché c'erano due madri che si conoscevano, ma il gruppo era composto da sconosciuti e molto, molto eterogeneo, come dice la mia collega. Ma, raccontando la propria esperienza e mettendola a conoscenza degli altri, si sono resi conto di avere molte cose in comune, di condividere esperienze simili. Ed è nato un gruppo di amici.

R.L.:— Quanti anni hanno questi ragazzi e ragazze?

L.M.:— Il più piccolo aveva 14 anni, che ora ne ha già 15. Ma dai 14 anni, più o meno, della scuola secondaria, fino ai 20.

R.L.:— E voi riunite questo gruppo e cosa fate esattamente? Immagino che facciate da tutor, accompagniate e traiate anche delle conclusioni, giusto?

N.C.:— Beh, il progetto, sia con gli studenti che con altri gruppi, come ad esempio le famiglie o i professionisti, ciò che fa è dare sostegno teorico, sostegno scientifico, ai saperi di quelle persone che, in gran parte, non sono ancora molto valorizzati a scuola. E sappiamo che è, precisamente, grazie al riconoscimento di quei saperi, del valore di quei saperi, che le scuole possono progredire per diventare più inclusive, affinché tutti possano trovarvi posto.

Ciò che facciamo è facilitare che ciò accada e fornire sostegno scientifico a questo lavoro, che stanno svolgendo e costruendo: una scienza cittadina, fatta dai bambini, dalle famiglie, che non è né ingenua né poco utile. Infatti, nelle immagini si vede un altro premio internazionale precedente che hanno ricevuto dalla più grande associazione scientifica del mondo. Lo hanno ricevuto a Chicago all'inizio dell'anno.

R.L.:— Che bello. Stiamo vedendo le immagini del gruppo di ragazzi e ragazze che avete formato. Quei 16 studenti con una grande diversità interna, che trattano le loro esperienze e raccontano le loro storie di vita. Che giungono a conclusioni ed espongono tutto ciò in congressi, laboratori, mezzi di comunicazione, social network.

T.R.:— Anche al Ministero stanno formando gli insegnanti, tenendo corsi di formazione per docenti.

R.L.:— Mamma mia.

L.M.:— Lunedì, precisamente, ne hanno uno in Galizia

R.L.:— Mi piacerebbe molto parlare con loro. Non so se potremmo farlo un giorno.

L.M.:— Quando vuoi.

R.L.:— Che interessante. Pensa che sono anni e anni che parliamo con dipartimenti e ricercatori, e non so se sia mai stato fatto qualcosa di simile. Almeno nel contesto andaluso, no? Non lo so.

L.M.:— Noi non abbiamo notizia di ciò che dici, dell'ambiente andaluso. Sì, è vero che, fuori dalla Spagna, conosciamo studenti. Queste immagini che sono uscite erano di un congresso a Chicago in cui c'erano altri gruppi di studenti. Hanno premiato 10 gruppi di studenti da tutto il mondo, ma di gruppi vicini non abbiamo notizia di alcun movimento simile.

R.L.:— Ed è per questo che avete ricevuto o hanno ricevuto il Premio Mondiale Sindrome di Down, ma, naturalmente, ciò che bisogna chiarire è che non si parla solo di sindrome di Down, ma si tratta qualsiasi tema che ha a che fare con chiunque di noi.

T.R.:— Esattamente. In questa occasione, questo è stato il motivo del premio, ma, come diceva bene Nacho, l'anno scorso ne hanno vinto un altro sull'educazione inclusiva. Vale a dire, qui nel gruppo non c'è spazio, come ti dicevo, per quelle etichette. In ogni momento è un gruppo di giovani attivisti che stanno lottando per trasformare l'istruzione e convertirla in un'educazione inclusiva.

R.L.:— A questo punto apro il dibattito. Può essere, davvero, e deve essere, davvero, l'educazione inclusiva? Per favore, illuminatemi.

N.C.:— Può e deve, perché è moralmente necessario e deve esserlo perché è legalmente obbligatorio. In realtà, esiste purtroppo ancora un intero dibattito, quello sul Sì o No all'educazione inclusiva, ma tale dibattito dovrebbe essere ormai superato, poiché esiste una grande quantità di prove scientifiche internazionali degli ultimi decenni che afferma che l'educazione inclusiva non è solo moralmente migliore. È un mandato legale e morale che abbiamo noi educatori ed educatrici e, inoltre, è scientificamente più efficace dell'educazione segregata. Quindi, quel dibattito in realtà dovrebbe scomparire.

Deve essere inclusiva. Ora, la domanda sarà come farlo. Lì sì che c'è molto di cui parlare e discutere.

R.L.:— Ah, certo. Io sono padre di bambine che sono andate a scuola e, a volte, abbiamo incontrato altri papà e altre mamme che, davanti ai cancelli della scuola, fanno commenti del tipo «tutti sappiamo che questo bambino non dovrebbe stare in classe perché frena la crescita e l'istruzione del resto del gruppo». E, tuttavia, voi dite «no, è tutto il contrario».

T.R.:— Lo diciamo noi e lo dice l'evidenza scientifica internazionale. Vale a dire, tutti gli studi scientifici indicano che non c'è prova che influisca sul rendimento scolastico né, logicamente, sullo sviluppo sociale, anzi tutto il contrario, che ci siano bambini e bambine diversi in aula.

R.L.:— E come lo facciamo.

N.C.:— Questo è il dibattito. Stavo pensando, mentre parlava Teresa, che sappiamo che le società inclusive non si realizzano se non perché socializziamo insieme e impariamo insieme. Vale a dire, parlare di società inclusive senza

che le scuole siano realmente inclusive non accadrà, non accade. Ci aspettiamo che ciò avvenga per mediazione delle aziende? Qual è lo spazio in cui i bambini e le bambine possono imparare a riconoscere il valore dell'altra persona senza che sia un valore mediato dall'economico? Non c'è spazio migliore della scuola.

R.L.:— Inoltre, i bambini e le bambine, sotto questo aspetto, è come se lo avessero chiarissimo. Vero Luz? Cosa c'è nella tua classe? Compagni. Non si pongono il problema se uno è di un colore, se un altro ha... No, questo loro lo hanno di serie. Siamo noi, poi, quelli che si confondono.

L.M.:— Non c'è dubbio. Indira è la ragazza in rosa che appare nelle immagini. Io ho una bambina piccola. Quando hanno celebrato la giornata della sindrome di Down, mia figlia ha detto in classe che lei non conosceva nessuno con la sindrome di Down, e conosce perfettamente Indira perché ha dormito a casa mia. Allora, dov'è la differenza? Indira è una bambina come le altre. Indira è Indira. Dove sono le differenze? Quelle che mettiamo noi, perché le cose devono avere un nome, ma nella convivenza si fa meglio, ed è dimostrato.

R.L.:— N.C.:— Insisto con la domanda, come facciamo? A che conclusione arriviamo? Affinché chi è qui e chi è a casa a guardare la TV oggi, in questo breve momento, si chieda: cosa posso fare io affinché le scuole siano più inclusive? E, di conseguenza, la nostra società.

 

N.C.:— Abbiamo esempi di scuole che stanno facendo progressi per diventare più inclusive. Non si può dire «questa scuola è inclusiva» allo stesso modo in cui non possiamo dire «questa scuola è giusta quanto potrebbe essere». Possiamo sempre essere più giusti, possiamo sempre essere più inclusivi, ma ci sono scuole che stanno facendo progressi e tali progressi partono, fondamentalmente, dal mettere il dialogo e la partecipazione in primo piano. Vale a dire, che tutte le persone possano parlare, possano comprendere cosa sta accadendo nella scuola e possano decidere come trasformarla.

Qui, a Malaga, abbiamo una scuola che ha fatto progressi. Con la quale abbiamo anche imparato, che ha fatto molti passi avanti nel suo processo per diventare più inclusiva. E ora intendiamo avviare una

rete di scuole, imparando anche da quella, da una guida che è nata da quella scuola. Quella scuola ha sviluppato un processo che si chiama

«Ricerca-Azione Partecipativa». In essa, le persone analizzano per trasformare le cose e lo fanno attraverso la partecipazione. Quel processo è stato documentato con una guida che aiuta altre scuole a sviluppare i propri processi per diventare più inclusive.

R.L.:— Che bello, davvero. In questo programma abbiamo tempo per l'università, ma dedichiamo sempre un po' di tempo alla settimana a parlare di Istruzione. Parliamo dei bambini, delle bambine, degli insegnanti della comunità educativa e trovo molto interessante tutto ciò che state proponendo.

Per concludere, quali sono i prossimi passi del progetto che avete in mente? Questa è solo una parte di ciò di cui abbiamo parlato. Dovrete tornare per parlare di tutto il resto.

T.R.:— Come dicevamo, questo progetto si è concluso, ma abbiamo avuto la fortuna che il Ministero lo abbia rinnovato, quindi l'idea ora è continuare a lavorare e dare, addirittura, un approccio più internazionale a questo lavoro che stiamo svolgendo con famiglie, professionisti e studenti.

Vogliamo superare i confini. Di fatto, stiamo stabilendo contatti con scuole dell'America Latina, perché l'idea è che questo diventi, come già stabilito dall'Unesco a suo tempo per l'Agenda 2030 nel raggiungimento di quell'obiettivo dell'educazione inclusiva, un continuare a lavorare e a coinvolgere soprattutto le scuole che credono davvero in questo progetto.

Chiedevi a Nacho, come possiamo farlo? Possiamo farlo mettendo al lavoro famiglie, docenti e studenti. Informando sulle pratiche di successo che stanno avvenendo anche in altri centri. Con partecipazione, dialogo.

R.L.:— Scuole inclusive, un futuro migliore che, alla fine, è ciò di cui si tratta. Grazie mille per essere venuti e per averci raccontato questo progetto. A me ha interessato moltissimo e spero che anche a casa vi abbia interessato.

Ignacio Calderón, professore associato del Dipartimento di Teoria e Storia dell'

educazione, grazie per essere con noi.

Grazie, Luz del Valle Mojtar, ricercatrice del Dipartimento di Teoria e Storia dell'Educazione.

Grazie, María Teresa Rascón, professoressa ordinaria del Dipartimento di Teoria e Storia dell'Educazione

All'unisono:— Molte grazie.

R.L.:— Grazie a voi. Restiamo in contatto, mi piacerebbe continuare a parlare di questo tema

L.M.:— Quando vorrai parlare con gli studenti, te lo porteremo.

R.L.:— È fatta. Ora, all'uscita, ne parliamo. Parlate con la casa di produzione, fissiamo un appuntamento. Grazie a tutti e tutte nel tempo dell'università, la nostra sezione più intellettualoide.

Rota de cerca, Rota TV

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Audiodescrizione [AD]: Intro del programma 7 TV Rota, diretto da Paco Campaña.

(Musica)

PACO CAMPAÑA - P.C.:— ‘Quererla es crearla’ fa parte di un'entità che si mette in moto per lottare per un mondo di uguali. Se per tutti la vita è molto complicata, immaginate quando parliamo, per esempio, di situazione di disabilità, diversità funzionale e del collettivo o ambiente educativo. Di tutto questo parleremo nei prossimi minuti. Sicuramente ci saranno famiglie che ci stanno guardando ora alle quali non tocca direttamente, ma non sappiamo mai in quale situazione potremmo trovarci. In ogni caso, deve essere una questione da affrontare tra tutti, perché creare un mondo uguale è una questione di tutti e tutte. Dobbiamo dare il nostro contributo.

Mercedes Bernal, rappresentante della piattaforma ‘Quererla es Crearla’, bentornata.

MERCEDES BERNAL - M.B.:— Grazie mille per l'opportunità di sensibilizzare un pochino. 

P.C.:— È importantissimo parlare della vita perché è complicata. Domani parleremo dell'abitazione, immagina. La vita è molto complicata, ma ci sono situazioni che sono ancora più complicate. Se per qualcuno che non ha avuto un problema è difficile, immagini quando parliamo di situazioni in cui partiamo da una certa vulnerabilità per questioni fisiche, psichiche o per qualsiasi altro motivo. Vale la pena dare una mano.

M.B.:— Esattamente. La piattaforma ‘Quererla es crearla’ nasce per promuovere un movimento sociale volto a rispondere a quella grande sfida che abbiamo oggi come società e come umanità: l'educazione inclusiva. Facciamo parte del movimento famiglie, studenti e professionisti che hanno un obiettivo comune: che la scuola non lasci fuori nessuno per nessun tipo di caratteristica di genere o capacità. Che a tutti sia permesso accedere all'apprendimento e, soprattutto, alla convivenza e a una partecipazione reale.

P.C.:— Il nome ‘Quererla es Crearla’, che cos'è?

M.B.:— La parola è molto significativa perché dobbiamo avere la convinzione di doverla trasformare, e per trasformarla dobbiamo volerlo. Da qui, volere è creare. Se vogliamo, lo creeremo. 

P.C.:— Se vogliamo, possiamo. 

M.B.:— Esatto.

P.C.:— In sintesi, è un'entità di recente creazione. È locale o ha un ambito regionale? 

M.B.:— È statale, ma si stanno unendo persone dall'America Latina e da altre parti del mondo. È un movimento globale. Lo formiamo in moltissime persone. 

P.C.:— A Rota continua a muovere i suoi primi passi. 

M.B.:— Sì. A Rota abbiamo avuto l'opportunità di realizzare un documentario, la proiezione del documentario. Ti racconto un po' l'inizio. La piattaforma è nata in seguito a un incontro che si è svolto a Malaga, nel 2018, durante un workshop. Questo workshop partiva da un progetto di ricerca condotto dall'Università di Malaga. Lì si sono riunite famiglie, studenti e professionisti da ogni parte della Spagna. L'obiettivo era analizzare la situazione delle scuole oggi e fare una diagnosi. Da quel momento, si è messo in moto un meccanismo e sono state create reti di supporto. Nel 2020, si è continuato a organizzare incontri online, a causa della pandemia. Nel 2022, si è tenuto un altro workshop a Madrid. Lì ci siamo riuniti di nuovo e sono stati creati gruppi di lavoro. C'è un gruppo di orientatori, creatori di una guida molto interessante e necessaria, che presentano un'altra alternativa al lavoro di orientamento nelle scuole. 

È il primo punto di partenza della segregazione. Ce ne sono altre per le famiglie su come dissentire e cercare sostegno nel resto della società. E c'è un'altra guida, credo la più rilevante, che gli studenti hanno realizzato per altri studenti. È curioso perché, normalmente, quando pensiamo al processo di insegnamento-apprendimento, non sempre si dice come debba essere un centro in cui i protagonisti sono i bambini. Si prendono sempre decisioni per conto loro e, soprattutto, per conto di questi bambini e bambine in una situazione più vulnerabile, storicamente sempre silenziati. Ora, per la prima volta, stanno prendendo la parola, perché partecipano alle giornate, sono presenti in congressi, forum e ovunque si parli di educazione. Evidentemente, dobbiamo contare sui protagonisti, che sono gli studenti stessi, e chi meglio di loro può testimoniare le proprie esperienze, come hanno vissuto la situazione a scuola, il danno che la scuola ha arrecato loro. Loro hanno gli strumenti affinché noi impariamo cosa dobbiamo modificare. Per questo, sono i protagonisti del documentario che è stato presentato qui, a Rota. Non abbiamo avuto la visione, ma la prima è stata a Madrid nel 2022. 

Lì è stato presentato insieme alla ministra dell'Istruzione, Pilar Alegría. Il documentario nasce dalla storia di Rubén Calleja Rubén, un bambino con sindrome di Down che è stato espulso dalla scuola ordinaria. Racconta la lotta titanica di Alejandro e di tutta la sua famiglia per combattere e dimostrare in tribunale che il diritto di suo figlio all'educazione inclusiva veniva violato. Racconta anche le storie di altri studenti e delle loro famiglie. Il documentario è molto interessante. Qui, a Rota, è stato organizzato dal comune. L'aspetto importante di questo documentario è che non è solo una visione di testimonianze, il che è positivo perché ci porta a mettere in discussione situazioni e preconcetti di cui non ci rendiamo conto e che sosteniamo, segregando.

Ma ci aiuta anche a riflettere insieme su cosa possiamo fare per trasformare l'attuale realtà delle scuole. 

P.C.:— Quali sono le barriere che incontra un bambino con disabilità? Quali sono i problemi e cosa possiamo fare affinché questa inclusione sia più reale? Dicevi che la questione è arrivata in tribunale. La legge deve avere dei limiti entro i quali muoversi. Quali sono i problemi che si riscontrano principalmente?

M.B.:— È interessante parlare un po' di questo quadro giuridico, come dici tu, perché il problema è che la legge non viene resa effettiva. Se parliamo di educazione inclusiva, dobbiamo tenere presente che è un diritto fondamentale sancito dalla Convenzione sui diritti dell'infanzia del 1989. Molte volte sembra che parliamo di inclusione come se fosse una moda, viene usata per tutto. È vero che l'uso della parola 'inclusione' è stato un po' distorto, è stato svuotato di contenuto.

Per questo, è interessante notare che è una preoccupazione a livello mondiale e globale da moltissimi anni. Uno dei quadri d'azione più rilevanti è stata la Dichiarazione di Salamanca, ti parlo del 1994. In essa si parlava già di inclusione. Centinaia di paesi e organizzazioni internazionali si sono riuniti per esaminare di cosa ha realmente bisogno la scuola. Di quale cambiamento ha bisogno affinché sia per tutti e tutte, senza alcuna eccezione? Altri organismi internazionali hanno posto l'attenzione su gruppi specifici. In questo caso, per esempio, abbiamo la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. In essa si obbligano tutti i paesi a rispettare tale educazione inclusiva. Li obbliga a mettere in atto tutti gli adattamenti e i sostegni necessari per renderla effettiva. La Spagna l'ha ratificata nel 2008. Questo è molto importante, perché in materia di diritti umani, la stessa Costituzione afferma che tutto ciò che viene ratificato in Spagna entra direttamente a far parte del nostro ordinamento giuridico. Pertanto, stiamo parlando del fatto che l'inclusione non è qualcosa di opzionale o soggetto a dibattito o opinione. È di obbligatorio adempimento. 

P.C.:— Mercedes, hai menzionato in precedenza, per esempio, la sindrome di Down. Un bambino o una bambina con sindrome di Down deve andare in una scuola speciale o in una scuola ordinaria con bambini che non hanno la sindrome di Down? Cosa dice quel quadro giuridico? 

M.B.:— Il quadro giuridico afferma chiaramente che tutti, senza eccezione, devono stare insieme. Lo Stato deve mettere a disposizione tutte le risorse e le condizioni affinché ciò sia possibile. Dobbiamo partire da un concetto fondamentale: siamo tutti uguali nei diritti, ma anche nella dignità e nel permettere a ciascuno di essere se stesso. Questa è una delle cose che non si stanno sviluppando a scuola, dove si discrimina e si segrega in base a diverse caratteristiche, come dici tu. Evidentemente, ciò accade perché a scuola esiste un modello medico, quando invece dovrebbe essere uno spazio di apprendimento e convivenza. Abbiamo la visione di concentrarci sul bambino, l'approccio terapeutico con l'obiettivo di ripararlo. Si pensa che le difficoltà di apprendimento si possano mitigare etichettando il bambino con bisogni educativi speciali. 

P.C.:— Di fatto, esistono scuole speciali patrocinate dall'Amministrazione e dalla Junta de Andalucía con tutto il loro beneplacito. Ne conosco alcune. Si tratta di una scelta o di un obbligo? 

M.B.:— C'è stato molto dibattito e inganno attorno a questa idea. Si è pensato che le famiglie debbano poter scegliere. Certo, se mi metti di fronte alla scelta di un centro in cui non ci sono risorse e dove, in realtà, al mio bambino non verrà data risposta a ciò di cui ha bisogno per accedere all'apprendimento, ovviamente scelgo l'opzione che mi assicura che sarà assistito. Ma i diritti del bambino non vengono rispettati. La libera scelta della famiglia non può essere superiore al diritto del bambino di esserci, partecipare e arricchirsi insieme a tutti gli altri. Non può essere superiore al suo diritto alla convivenza. 

P.C.:— Non ho alcun dubbio. Mettiti nella seguente situazione: c'è un bambino con sindrome di Down che frequenta una classe in cui l'insegnante deve essere preparato in un modo, capisco, un po' speciale per poter seguire il bambino con una richiesta speciale. Poi ti chiederò anche dei compagni, che sicuramente, essendo bambini, la prenderanno con più normalità, se possibile. Ci sarà più responsabilità nell'insegnante con il suo lavoro di apprendimento e di arricchimento personale. Alla fine, stiamo parlando di educare. Ma mi metto nei panni dell'insegnante, che deve educare 23 bambini senza sindrome di Down e questo ragazzo che, come dici bene tu, merita uno spazio inclusivo. Per l'insegnante, non sarà facile, vero? 

M.B.:— Certo, non è facile. Non si tratta di "dai, mettiamo risorse e basta". L'inclusione non è automatica, non basta adottare misure o stanziare risorse. Anche noi abbiamo bisogno di una trasformazione, del nostro sguardo, dei nostri pregiudizi e di ciò che abbiamo sempre inteso per relazionarci con le persone con disabilità. Certo che la formazione è necessaria, ma servono anche volontà e quel senso di umanità, come ho detto prima, per rispettare la loro dignità. Non si tratta di cercare di far incastrare tutti nello stesso percorso, perché così non si stanno dando pari opportunità a tutti i bambini e le bambine. 

P.C.:— A che punto siamo ora? Siamo passati dal nascondere quei bambini 'malati' in casa a uno scenario molto diverso, tu lo sai meglio di me. Abbiamo raggiunto un mondo molto più vicino e di tutti, in cui non guardiamo in modo strano un bambino? Poco a poco, ci stiamo umanizzando in questa benedetta società? A che punto ritieni che ci troviamo, tu che lo vivi sul campo? 

M.B.:— Come dico, le leggi sono il problema. È ciò che riscontriamo sempre. Riguardo a quelle barriere sociali, come dicevi tu, c'è una mancanza di formazione. Purtroppo, continuiamo a vedere titoli nei notiziari sulla 'tipica' madre che ha bisogno di risorse e deve elemosinarle ogni anno. Dobbiamo tenere a mente, come dice il ricercatore e pedagogista Francesco Tonucci, che quando pensiamo a una scuola inclusiva, sembra che stiamo pensando a una scuola generosa, nel senso che dipenderà dalla buona volontà e dai favori concessi a un bambino o a una bambina. E niente di più lontano dalla realtà. Come abbiamo chiarito, basandoci su un contesto giuridico, stiamo parlando di diritti. E il diritto del bambino è essere lì. Ma non è come dici tu: «si è fatto progresso, perché la legge c'è e i bambini stanno partecipando». In questo momento, ciò che sta avvenendo è un'integrazione, che non è la stessa cosa dell'inclusione. Non si può fare confusione.

Ciò di cui abbiamo bisogno non è che il bambino, semplicemente, sia presente o partecipi ad alcune attività collettive. Si tratta di far sì che il bambino si senta realmente coinvolto e partecipe, che sia parte di ciò che accade in aula, nel quotidiano, che venga tenuto in considerazione. E per questo, l'unico modo possibile è rafforzare l'identità stessa del bambino. Che si valorizzi la persona, le risorse e il modo in cui operiamo. È qualcosa che dobbiamo porci noi, come ho detto prima. Il modello medico pone l'attenzione sul bambino, considera che debba essere riparato. Tutti i programmi specifici e le risorse vengono applicati sul bambino in modo individuale, quando il sistema fallisce perché, evidentemente, ci ostiniamo ad adattare il bambino. Ci ostiniamo a pretendere che debba passare per lo stesso percorso da cui passano tutti. Ed è allora che 'fallisce'.

Ci sono dei limiti. In realtà, non stiamo mettendo a fuoco l'ambiente, il contesto, le barriere, la strategia metodologica o le risorse. Spesso parliamo di «mancanza di risorse», ma forse stiamo utilizzando male le risorse e non sono efficienti. Non possiamo sempre nasconderci dietro la scusa che non c'è inclusione per mancanza di risorse, perché, come ho detto prima, l'inclusione è un processo trasformativo globale. Non si basa solo sulle risorse, ma su molte cose su cui possiamo agire. Possiamo generare questa trasformazione. 

P.C.:— Avere una partecipazione attiva. 

M.B.:— Esatto.

P.C.:— E a Rota, come siamo messi? Perché a Rota ci sono quattro o sei scuole e ci sarà un numero di ragazzi che necessitano di tale richiesta perché si trovano in una situazione particolare. Come siamo messi a Rota, rispondiamo o no?  

P.C.:— Credo che in tutta la Spagna ci siano scuole dove si soffre. Nel momento in cui un bambino soffre in un'aula, stiamo già sbagliando. È qualcosa che credo dovrebbe preoccuparci perché, torniamo a insistere, non ci sono molti professionisti coinvolti che desiderano il cambiamento e la trasformazione. Ma, molte volte, si vedono anche legati dalla stessa Amministrazione, che invia messaggi contraddittori. Da un lato, l'inclusione come principio, quando in realtà non è un principio, ma un diritto che deve essere rispettato. Soprattutto, abbiamo bisogno di maggiore sostegno e consapevolezza del fatto che, come hai detto tu all'inizio, non si tratta della lotta di un collettivo specifico, è qualcosa che deve preoccuparci come società. La situazione di disabilità può bussare alla tua porta in qualsiasi momento o meno, ma dobbiamo lottare affinché certe necessità siano coperte. 

Dobbiamo cambiare lo sguardo della società. Non percepire le persone in un modo che equipari le differenze all'inferiorità. Qualcosa che purtroppo accade. Pensando così, le risposte che vengono date saranno sempre segreganti e discriminatorie. Non è ciò a cui miriamo. Stiamo lottando per la scuola inclusiva. Se riusciremo a rendere questo spazio inclusivo, garantiremo che, in tutti gli ambiti, la società abbia uno spazio di inclusione e partecipazione reale per tutti. Senza che ci siano gruppi di persone obbligati a fare cose a parte che possiamo fare tutti insieme. Possiamo arricchirci tutti insieme.

Insomma. C'è molto lavoro da fare. Soprattutto di consapevolezza, perché abbiamo ereditato la barriera sociale di una cultura abilista. Allo stesso modo in cui lottiamo tutti insieme per sradicare il maschilismo, donne e uomini mano nella mano, perché per tanti anni le donne sono state discriminate, succede lo stesso con l'abilismo. Il processo di inclusione richiede molti anni. Tu hai chiesto: «Come va a Rota?» Beh, molto lentamente, la vita di molti bambini rimane indietro. Molte famiglie devono ritrovarsi in tribunale perdendo un sacco di tempo, come è successo ad Alejandro Calleja. È vero che, alla fine, l'ONU e la giustizia spagnola gli hanno dato ragione, ma c'è un logorio economico, emotivo e, soprattutto, come dice Alejandro, di tempo. «Tutto il tempo che ha perso mio figlio, chi glielo restituisce?» Questa è la cruda realtà. 

P.C.:— Quante persone a Rota fanno parte di ‘Quererla es crearla'? Quante persone sono già volontarie?

M.B.:— In questo momento ci sono io come membro attivo, anche se ci sono persone che, evidentemente, condividono questa filosofia e sostengono il progetto. Ci stiamo lavorando.

P.C.:— Rendere visibile e fare il possibile. È l'intenzione e, come dicevamo prima, non solo perché potrebbe toccare a noi un giorno. Per esempio, non parleremo di cancro solo perché tocca a noi o ha toccato la famiglia, ma perché come concetto di società dovremmo essere così. 

Mercedes, grazie mille. Buona fortuna. Qui avete una finestra per potervi spiegare quando lo riterrete opportuno. 

M.B.:— Un'ultima cosa. La prossima settimana terremo un workshop di due giorni a Barcellona. Sarà molto intenso. Non sarà solo un congresso in cui degli specialisti daranno linee guida, parleranno di educazione o inclusione. Sarà un lavoro collaborativo in cui verranno creati dei team per lavorare e portare quanto generato nelle nostre regioni e nei nostri luoghi, per iniziare a sensibilizzare e rendere visibile il tema. Vediamo di darci una mossa, bisogna agire e provocare il cambiamento.

P.C.:— Perfetto, se ti va bene, facciamo una videochiamata la prossima settimana. Ce lo segniamo in agenda e ce lo racconti. Grazie mille e buona fortuna. 

M.B.:— Grazie mille.

ConCiencia, Canal Sur

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[Trascrizione provvisoria]

[Musica]
In questo programma parliamo molto di astrofisica, di biomedicina, parliamo di molte aree della scienza, e oggi ci soffermeremo su una importantissima. Si
si tratta di un progetto di ricerca dell'Università di Malaga attraverso il quale il suo coordinatore ci spiegherà come la scienza può aiutare l'inclusione
di persone, ad esempio, in situazione di disabilità.
[Musica]
Buongiorno, Ignacio. Benvenuto a ConCiencia. Ignacio Calderón Almendros, ricercatore e docente dell'Università di Malaga, parleremo di teoria e storia dell'educazione. Ma che nessuno si spaventi, perché lo faremo in un ambito prezioso, quello dell'
inclusione della disabilità nell'educazione, nelle scuole, negli istituti. Benvenuto a Conciencia.
 
Molte grazie, un progetto di
ricerca che ha un titolo molto
narrazioni emergenti sulla scuola
inclusiva Cosa significa questo Bene
significa
che da tempo ci siamo resi conto
del valore delle narrazioni che
che
emergendo dalla gente comune e
corrente di madri di padri di
studenti di docenti che senza
alcuna pretesa eh riescono
a fare eh
analisi davvero molto forti Molto molto
preziosi che possono servirci per
pensare meglio a come rendere la scuola più
inclusiva E quindi il progetto di
ricerca ciò che ha cercato di fare è
stato recuperare tutte quelle narrazioni e
favorire anche che tali narrazioni
che spesso sono individuali una
madre nella sua conoscenza di suo figlio o di
sua figlia che inizia a vedere la realtà
in un modo diverso da come la vedeva
diciamo quell'approccio che è
inizialmente a livello individuale abbiamo cercato di
renderlo più collettivo in modo che alcune
persone contribuiscano alle
narrazioni di altre persone vale
partiamo dal presupposto che c'è una
sensibilità
è speciale per includere nella nostra
educazione normalizzare eh ragazzi e ragazze
eh Per esempio la sindrome di Down inizia il
progetto con sindrome di Down o stiamo
parlando di ogni tipo di disabilità
ma nel tuo caso la tua sensibilità era eh
sindrome di Down hai un fratello sindrome
di Down questo lo abbiamo in comune Io
anche e ti rendi conto che a tuo
intorno c'è qualcosa che non quadra e come
docente come ricercatore decidi di aprire
una linea di ricerca per unire quella
bisogno della società e che vedi
attorno a te con eh ciò che potrebbe o
dovrebbe essere
Chiaro, in parte quella relazione con il
personale è quella che mi fa e permette la
che mi permette di vedere la realtà da un'altra
modo e anche incontro persone persone
in particolare mia madre eh che mi aiuta
a guardare le cose in un altro modo nel vedere
mia madre non ha mai studiato né
primari non ha potuto frequentare la scuola La
sorella maggiore di molti fratelli e
sorelle e tuttavia questo non è stato un
ostacolo affinché lei potesse comprendere
la realtà che viveva
in questo caso mio fratello in un modo
molto
profondo ho fatto la mia tesi di dottorato con
quella storia lei non aveva la tesi ma
andava avanti vero è così
così lei lei mi mi cercava tutto il
tempo mi chiedevo se lei fosse
sempre molto interessata la questione è
che quello fu uno specchio nel quale
guardarmi e in cui rendermi conto che
c'erano molte persone comuni e correnti
che diciamo senza alcuna
la pretesa ha schemi di analisi che
sono molto più profondi persino di
quelli che facciamo noi che abbiamo fatto
storicamente i teorici
gli accademici, i ricercatori e che se
andiamo a fare, io inizialmente facevo
etnografia
cercava soluzioni
eh potevamo migliorare molto la risposta
che facevamo capire alla scuola la
realtà e E cercare di trasformarla tu
che hai quella prospettiva quello sguardo
eh della scuola Come è cambiata Come
si è evoluta credi che ci sia un
momento in cui si fa un salto
qualitativo in questo senso Beh sì c'è
c'è un momento
che ora compiremo 30 anni del
trattato di Salamanca che è un grande
accordo internazionale per passare da ciò
che fino a quel momento era stata la
integrazione a processi di inclusione in
cui eh si intende che è la scuola
quella che deve trasformarsi perché
le persone sono quelle giuste per questo
per me non è stato solo per me ma per
i ricercatori di tutto il mondo
è stato un grande traguardo in cui persino i
governi si impegnano a compiere passi
affinché siano le scuole a
trasformino e in quell'inclusione in quel
concetto di inclusione Diciamo che non
si concentra più su ciò che abbiamo chiamato
disabilità, bensì verso qualsiasi
differenza che viene maltrattata dalle
scuole, scuole che i sistemi
educativi tendono a omologare e a
basarsi su una norma nella quale
sicuramente tu ed io rientravamo senza senza
troppi problemi ma i nostri
fratelli no quindi eh l'educazione
inclusiva mira ad apportare miglioramenti per
tutti gli studenti avendo
tenendo particolarmente conto delle voci di
coloro che sono stati esclusi persone in
situazione di disabilità ma anche
persone con poche risorse mia madre per
esempio o persone di contesti rurali o
persone
e
straniere insomma il vostro progetto di
la ricerca abbraccia tutto questo collettivo
l'educazione inclusiva abbraccia tutti i
collettivi eh Il fatto è che anche
possiamo dare uno sguardo all'educazione
inclusiva a partire da alcuni di questi
collettivi perché ciò che uno dice può
aiutare a ciò che dicono gli altri diciamo
che sono oppressioni che si intersecano nella
scuola diversi tipi di oppressione
ma che hanno tutte fondamenti
simili e che in qualche modo tutte
Loro devono rispondere alla
tendenza all'omogeneità che ha la
scuola l'origine è la stessa non saper
guardare verso quella
diversità e l'obiettivo è arrivare alla
società è cambiare lo sguardo della
società non solo della comunità educativa
non solo del settore educativo, ovviamente
l'educazione inclusiva è un progetto
per trasformare le scuole, ma il
il senso dell'educazione inclusiva è
trasformare la società nello stesso
modo in cui l'educazione come parte
della società mira anche a realizzare
trasformazioni in quella società
quindi l'educazione inclusiva alla fine
è come uno strumento per una
società inclusiva e di tutto il lavoro
che stiamo facendo e fondamentalmente lo
ciò che si sta distillando sono proposte
per far sì che le persone possano
interagire tra loro possano
partecipare realmente eh con altri
collettivi con i quali mm storicamente
non è stato così
relazionato in modo che possiamo pensare
le cose in un altro modo dicevo prima che la
inclusione non riguarda il fatto che la persona
si adatti alla scuola, ma che la
scuola si adatti a quella persona che è
stata storicamente
esclusa perché il problema risiede in
coloro che hanno storicamente escluso
quelle persone, non importa che siamo
parlando di immigrati che siamo
parlando di persone escluse per motivi
di orientamento sessuale o di qualsiasi
un'altra un'altra differenza
e ciò che dobbiamo cambiare è come ci
relazioniamo tra noi si tratta di
quella questione su come facciamo per
trasformare le nostre relazioni e per
diffondere questo messaggio per aiutare per
divulgare per fare ciò che chiamiamo
ora rendere visibile non avete
anche deviato il progetto verso ciò che
audiovisivo non verso la potenza di una
storia raccontata con immagini e con eh
testimonianze stiamo vedendo qui dietro
un documentario raccontaci cos'è il
documentario è stato uno degli
strumenti che a vedere il progetto
inizia partendo da quelle narrazioni
emergenti, non da ciò che racconta la
gente, ma a poco a poco, eh, non è solo ciò che
cosa pensa la gente, ma che il progetto
si sta rendendo conto, diciamo che ci stiamo
rendendo conto che quando le persone
costruisce le persone parlano e partecipano a
la ricerca
inizia a fare scienza cittadina
Quindi non è più solo eh ciò che la
gente pensa, diciamo le costruzioni
e di analisi, no, ma sono anche
le emozioni che vengono suscitate e che si trasformano
e anche le azioni, le persone vogliono realizzare il documentario
ciò che
fa è narrare qualcosa che è accaduto che
proviene da un progetto di ricerca
un movimento sociale che è
protagonizzato dalle persone dalle persone
comuni che sono studenti che sono
professionisti che sono famiglie
che hanno subito una scuola escludente
ma che vogliono costruire una scuola
che sia inclusiva come si chiama E dove
possiamo vederlo si chiama il movimento che
è stato chiamato Quererla es crearla e
fa riferimento a
che oggi come oggi tutti dicono di
volere l'educazione
inclusiva Ma loro si sono resi conto di
che non sarebbe andata così
se non fosse perché ci mettiamo a farla
Quindi se la vuoi devi
crearla non perché non è fatta, è da
fare C'è una pagina web, c'è una pagina
web che si può cercare per quererla es crearla
crearla su Google e senza problemi si
si chiama creemos educaciin clusiva comom e
lì ci sono sia le conoscenze che si
hanno generato oltre a queste
conoscenze
come molte delle azioni che hanno intrapreso
sviluppando tutte queste persone e
per vedere il documentario il documentario
in questo momento non è aperto presto lo
ci sarà, ma al momento non è aperto
ma è possibile richiedere un
pass collettivo perché abbiamo voluto che
siano le comunità a vedere il
documentario e a spiegarlo poi G
deate spieghino e ne discutano e lo
dialoghino sì perfetto Ignacio e cosa si
fa con tutto questo sapere che state
generando eh dopo i dibattiti le
riflessioni eh le condivisioni le
esperienze eh si genera qualche tipo di
strumento la comunità educativa che
ora ci sta guardando e vuole avviare
o migliorare le proprie pratiche eh Cosa
può fare Beh
e noi eh abbiamo raccolto
storie, davvero, storie che sono
personali, quelle storie hanno cercato
abbiamo cercato di intrecciarci
[Musica]
ed è un terreno collettivo di molte madri
per esempio o molti studenti che hanno
vissuto il loro percorso scolastico in un
modo
traumatica, ciò permette ad altre
persone di tornare a guardarsi nello
specchio di quelle esperienze. E questo
significa che non siamo nello stesso
punto da cui abbiamo iniziato ma con una storia o
ovvero creare storia è qualcosa
fondamentale nel progetto e successivamente
tutte quelle persone che hanno contribuito a creare
storia e scienza collettiva hanno anche
stanno generando eh proposte eh
proposte eh pratiche per le
scuole, per esempio, hanno creato
guide che sono eh come passo dopo passo
guide che consentono ad altre comunità
di sviluppare le proprie le proprie
proposte per una scuola ad Almáchar
qui nella comarca della Axarquía a
Málaga che realizza un'esperienza di
ricerca-azione partecipativa
contando su tutta la
comunità che dopo aver fatto
tutto il suo
processo lo racconta e racconta quali sono
stati i passi che hanno sviluppato di
modo che altre scuole possano compiere quel
passo, quel passo dopo passo, o il gruppo di
studenti che crea una guida per
altri studenti in modo che qualsiasi
studente nella propria scuola possa
iniziare il proprio progetto e tutto ciò
è riflesso in Quererla es crearla
tutto ciò è presente sul sito web così come
un ales è una guida per orientatori e
orientatrici una guida al dissenso
una guida realizzata da un gruppo di
madri che hanno affermato che il cambiamento
sociale non si produce per consenso ma
da persone che hanno detto questo non
mi sembra bene E allora hanno raccontato
come loro hanno fatto per mostrare
a scuola che ci sono cose che abbiamo
normalizzato ma che non lo sono affatto
normali né corrette è un progetto di
ricerca che non non sta eh nascendo
che è molto consolidato eh E che ha
premi anche a livello internazionale
vero sì eh l'anno scorso ha ottenuto un
premio gli hanno dato un premio eh della della
l'associazione americana di ricerca
educativa nell'associazione di
ricercatori e ricercatrici più
grandi del mondo eh siamo andati a
ritirarlo a Chicago e lì
in particolare hanno premiato un gruppo di
studenti che un gruppo di scuola secondaria di primo grado di
studenti della scuola secondaria
che non sono
indagati, ma sono parte di
i ricercatori, diciamo che uno dei
progressi del progetto di
la ricerca consiste nel non fare ricerca su
le persone, ma nel fare ricerca con le
persone e le persone, eh, in questo caso il
un gruppo di studenti è un gruppo di
studenti provenienti da diversi luoghi della
Spagna in cui si intersecano molte delle
quelle oppressioni di cui prima
di cui parlavamo prima, come lo fanno
spiegaci com'è, beh, il
il processo è stato bellissimo, è stato un anno di
analisi delle loro stesse esperienze
mettendo loro in comune le proprie
esperienze tutto ciò si
registrava
e una volta stavano pensando ai loro
proprie esperienze la proposta è stata
Bene, facciamo una guida, perché non
facciamo una guida in cui voi
ho spiegato che aiutate gli altri
studenti a rendere le scuole
inclusive perché questa non è una questione
del corpo docente è solo una questione di
tutta la comunità, quindi hanno fatto una
guida attraverso l'analisi che loro e
loro hanno fatto ciò che avevano detto
precedentemente in tutte quelle conversazioni
che hanno mantenuto riguardo alle loro
esperienze le loro esperienze potevano essere
di piacere o di o di apertura
frustrazione
violenza noia insomma diciamo
che hanno parlato di tutto questo E questo
è stata la materia prima per il loro
analisi per concludere è passata
a seguire l'intervista molto interessante
di fronte al tema e certamente fondamentale
ciò che fate come dà il Salto
internazionale il progetto mi parli di
Chicago di premi eh che ha avuto in
diverse parti del mondo credo anche
che in Argentina lo abbiano premiato bene
ora ora e andiamo
questo gruppo di studenti esporrà
il progetto all'ONU dopo aver
ottenuto anche un premio mondiale del
sindrome di Down ma c'è solo una
persona nel gruppo nel gruppo di
studenti c'è solo una persona con
sindrome di down chiedere questo c'è
qualcuno con disabilità una sola
persona con sindrome di down ce ne sono di più
persone con disabilità
ma
e ciò che vuole dire è che quel premio
è un sostegno alla logica dell'
inclusione che non riguarda una persona, ma
un collettivo che impara a vivere insieme E
allora eh ora tocca a loro raccontare un
po' quella storia Come hanno imparato a
vivere insieme a ad apprendere hanno imparato
a imparare
insieme Che interessante Ignacio eh
Mille grazie per essere qui oggi a
coscienza eh spero di parlare con te
presto e che tu continui a raccontarmi come
evolve E grazie naturalmente per il
che fate Eh Beh a nome non solo di
della divulgazione scientifica e di ma
delle famiglie di quelle madri che che
tutto possono e dei nostri fratelli e
coloro che ci circondano che hanno bisogno che
ricercatori e che anche la scienza
aiutino a far sì che ciò che sembra andare bene
e non va poi così bene venga messo sul
tavolo grazie molte
grazie, il nostro programma finisce qui per oggi
ma tra 7 giorni saremo di nuovo sulla
radio televisione pubblica dell'Andalusia su
consapevolezza per raccontare loro tutto ciò che
fanno i nostri scienziati e le nostre
scienziate non ci
[Musica]

Contigo, pero no..., RTVE

Programma 'Di seta e ferro: Con te, ma non senza di me', su RTVE play.
Screenshot

(Musica)

Audiodescrizione [AD]. Introduzione del programma De seda y Hierro , di RTVE.

Inquadratura di Raúl Aguirre che cammina in un ambiente naturale. Si dirige verso un pollaio dove raccoglie le uova e le ripone con cura in un cesto di metallo.

Raúl Aguirre - R.A.:— Io lotto per i diversi diritti, affinché ci ascoltino, affinché possano darci voce, affinché ci rispettino. Per una vita dignitosa.

(Si rivolge alle galline) Andiamo…

Audiodescrizione [AD]:— Dall'interno di una stanza, Myriam Arnáiz parla su un balcone con il suo cane, Carrie. Myriam usa una pinza telescopica per servirgli il cibo e, poi, lo osserva.

M.A.:— (Si rivolge a Carrie) Chi ti darà da mangiare? La mamma, vero? Vieni. Vieni, Karim.

M.A. (v.o.):— Se mi avessero chiesto due anni fa se avessi realizzato il mio sogno, avrei risposto di no. Ma oggi, attualmente, direi di sì. Mi è costato molto lavoro, molto sforzo e sono molto orgogliosa di tutti i piccoli passi che ho fatto.

(Musica)

Audiodescrizione [AD]:— Raúl dà da mangiare alle galline. Sua madre, Concha Casasnovas, entra nel pollaio.

Concha Casasnovas (C.C.):— (Si rivolge alle galline) Ragazze, entriamo.

(Si rivolge a suo figlio) Ciao, Raúl, come va?

R.A.:— Buongiorno, mamma.

C.C.:— Come va, figlio? Eccoti, sei arrivato presto oggi, vero?

R.A.:— Sì, perché dovevo vedere quante uova ci sono.

C.C.:— Molto bene, e cos'altro? Hai qualcosa in programma anche questo pomeriggio?

R.A.:— Sì. Vado a (Raúl segna la parola 'lavorare') lavorare.

C.C.:— Ah, va bene.

Audiodescrizione [AD]: Raúl e Concha continuano a parlare in modo inaudibile.

R.A. (v.o.):— Vivo in campagna, a casa mia.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Raúl.

R.A.:— Porto avanti un progetto di vita indipendente da quattro anni.

Audiodescrizione [AD]: Concha Casasnovas e José Luis Aguirre, i genitori di Raúl, a casa loro.

C.C.:— Raúl è il secondo dei nostri figli. A partire dai tre anni e mezzo ha iniziato ad avere un problema epilettico con convulsioni che ha sconvolto tutta la nostra famiglia in modo incredibile.

Siamo andati da un neurologo all'altro e, alla fine, ci hanno mandato a Marsiglia presso la clinica del dottor Gastó, dove hanno stabilito che la sua malattia era una sindrome di Lennox-Gastaut.

È stato un duro colpo la diagnosi e, allo stesso tempo, è stato assolutamente liberatorio sapere cosa stesse succedendo.

(Suono di galline)

Audiodescrizione [AD]: Raúl e sua madre insieme, mentre danno da mangiare e si prendono cura delle galline

C.C. (v.o.):— È venuto qui durante la pandemia, perché lo abbiamo portato con noi.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Concha.

C. C.:— In quel momento viveva in un appartamento tutelato, vide una casa vuota e iniziò a dire che voleva vivere lì, ma non gli abbiamo creduto.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di una casa di paese con facciata bianca e tetto di tegole. Accanto alla porta d'ingresso, un cartello con la scritta «La casa mía», insieme a un'illustrazione, opera di Raúl.

Di seguito, Raúl e Concha escono dal pollaio e camminano sottobraccio.

Primo piano di José Luis.

José Luis Aguirre (JO.A):— Il sentimento che ha suscitato in noi, almeno in me, è che la protezione così immensa che aveva avuto per 18 o 20 anni, iniziava a svanire e avrebbe dovuto affrontare i problemi a modo suo.

Audiodescrizione [AD]: Raúl e Concha camminano sottobraccio.

C.C.:— Bene, tesoro, allora guarda, io resto a casa. Tu vai alla tua?

R.A.— Me ne vado, sì, mamma.

C.C.:— Andiamo.

Audiodescrizione [AD]: Raúl e Concha si salutano. Concha prende il cesto delle uova e torna a casa sua.

C.C.:— Mi occupo io delle uova di Ismael, giusto?

R.A.— Va bene, sì.

C.C.:— Avanti.

R.A.— Ciao, mamma.

C.C.:— Ciao, a dopo, figlio.

R.A.— Addio.

(Musica)

Audiodescrizione [AD]: Raúl cammina dopo aver salutato sua madre. Concha si gira per guardarlo prima di entrare in casa.

A seguire, primo piano di Concha e José Luis.

C.C.:— L'assistenza personale è qualcosa che è stato davvero indispensabile in questi passi che ha fatto e che continuerà a fare.

Audiodescrizione [AD]: Mentre suona la canzone 'A Mi Manera', la telecamera segue Raúl che cammina fino ad arrivare a casa sua, dove entra. La canzone continua mentre Myriam Arnáiz, seduta su una sedia a rotelle, si guarda allo specchio e si mette il rossetto rosso intenso. Dopo essersi truccata, Myriam sorride guardandosi allo specchio (apprezzamento soggettivo).

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'Vivere, sempre vivere, lo affronterò serenamente.' 'Io sono sempre stata così, te lo dirò sinceramente.' 'Vivere l'intensità e non ho mai trovato frontiere,' 'e tutto ciò è stato a modo mio.'

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Myriam Arnáiz - (M.A.):— Sono di Siviglia, anche se attualmente vivo a Madrid, in un appartamento in affitto, ma ho appena comprato una casa. Non vedo l'ora di poter iniziare lì il mio progetto di vita indipendente e, soprattutto, con la mia cagnolina, Carrie.

Audiodescrizione [AD]:— Myriam fa le coccole e bacia la sua cagnolina, Carrie. Poi, apre uno dei suoi armadi e, utilizzando una pinza telescopica, prende delle scarpe dai cassetti inferiori.

M.A.:— Io stessa mi definisco «la Madonna della disabilità», perché credo di fare un buon lavoro nel rendere visibile la vita indipendente, nel rendere visibili i diritti delle persone con disabilità.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Myriam.

M.A.:— Ho una disabilità fisica, la displasia diastrofica, che è una disabilità muscolo-scheletrica che, beh, soprattutto, colpisce i muscoli e le ossa degli arti superiori e degli arti inferiori. (Musica) Audiodescrizione [AD]: Myriam si trova in una cucina con lo spazio appena sufficiente per far girare la sua sedia a rotelle. Regola l'altezza della sedia per allinearsi al piano di lavoro e, con un po' di difficoltà dovuta allo spazio limitato, prende una tazza e si prepara un caffè.

M.A. (v.o.):— Un'assistenza personale è il supporto umano che svolge, o aiuta a svolgere, per le persone con disabilità quei compiti che non possiamo compiere da sole o che ci risultano davvero difficili da portare a termine.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Myriam.

M.A.:— Attualmente non ho assistenza personale perché, purtroppo, sfortunatamente, ci troviamo in una situazione attuale in cui accedere a questo servizio tramite la legge è un miracolo.

In questo momento ho l'assistenza domiciliare, che consiste in un'ora al giorno e, attualmente, con l'assistenza domiciliare non posso godere di quella… beh, godere… non posso avere quella facilità di svolgere la mia vita quotidiana al di fuori del mio ambiente abituale, che è la mia casa.

(Musica)

Audiodescrizione [AD]: In lontananza, circondati dalla natura, Raúl e Sacha Novalbos passeggiano in campagna.

Sacha Novalbos - (S.N.):— Com'è andato il fine settimana, Raulete, che non ci siamo visti?

R.A.:— Bene, Sacha.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Sacha.

S.N.:— Sono Sacha e sono l'assistente personale di Raúl.

Audiodescrizione [AD]: Raúl e Sacha chiacchierano mentre passeggiano per la campagna.

R.A.:— Beh, pulendo la cacca…

S.N.:— ¿… delle galline?

R.A.:— Sì.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Sacha.

S.N.:— Lavoro con Raúl da sei anni e mezzo, sette anni. Dove ha più bisogno di sostegno è nelle attività della vita quotidiana, ma poi affrontiamo anche un sacco di aree. Quella sociale, quella familiare, quando ha un conflitto o vuole preparare loro una cena, conta anche su di me.

Audiodescrizione [AD]: Raúl e Sacha chiacchierano nella cucina di Raúl. Su una parete vicina c'è una lavagna piena di agende, appunti e promemoria.

S.N.:— Avrai bisogno di qualche supporto oggi?

R.A.:— Sì, Sacha.

S.N.:— Raccontami.

R.A.:— Devi aiutarmi a preparare una tortilla di patate.

S.N.:— Certamente! Lo annotiamo?

R.A.:— D'accordo, sì. S.N.:— Hai gli ingredienti? R.A.:— Sì, Sacha.

S.N.:— Allora forza, mettiamoci al lavoro.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Sacha.

S.N.:— Raúl ed io passiamo venti ore insieme a settimana, quattro ore al giorno, dal lunedì al giovedì. Lui è il mio capo e alla fine si finisce per fare un po' quello che richiede lui. O dove lui ha più carenze è dove va chiedendo il supporto.

Audiodescrizione [AD]: Vista generale di una mangiatoia per bestiame o simile.

S.N. (v.o.):— Mi chiede, soprattutto, strumenti per poter svolgere attività in modo più individuale e autonomo. Piani di cucina, imparare ricette, lingua dei segni…

Audiodescrizione [AD]: Raúl e Sacha passeggiano per la mangiatoia vuota.

S.N.:— Ci sono molti nidi quest'anno?

R.A.:— Sì.

S.N.:— Sì? E il nido che viene messo lì, l'uccellino che si posa sempre lì?

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Sacha.

S.N.:— Mi piace molto lavorare con Raúl perché alla fine si lavora in modo molto semplice. Poiché lavoriamo insieme da tanti anni, avendo tantissima fiducia e conoscendoci così bene a vicenda, fa sì che diventi un lavoro, nella stragrande maggioranza dei casi, molto semplice.

Audiodescrizione [AD]: Raúl e Sacha passeggiano per la mangiatoia.

S.N.:— Come si chiamava?

Audiodescrizione [AD]: Raúl risponde a Sacha usando la lingua dei segni. Sacha annuisce.

S.N.:— Non ricordo. E il nome era?

Audiodescrizione [AD]: Raúl scandisce il nome nell'alfabeto dattilologico.

S.N.:— Eh? Cernica… Gheppio, è vero, non me lo ricordavo.

Audiodescrizione [AD]: Raúl applaude alzando le mani.

S.N.:— Bravo!

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Sacha.

S.N.:— Entrambi siamo molto felici quando raggiunge degli obiettivi, quando cucina, quando impariamo la lingua dei segni e vediamo che possiamo già avere una conversazione. È allora che sento quella connessione con Raúl.

Audiodescrizione [AD]: Raúl e Sacha passeggiano vicino alla mangiatoia.

S.N.:— Molto bello. Andiamo fuori a vedere se ci sono altri nidi.

(Si sente Nana Triste , di Natalia Lacunza)

🎵

Garofani tra i tuoi capelli, il tatuaggio sulla tua pelle.

🎵

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Sacha.

S.N.:— È un lavoro mal retribuito. Non abbiamo un titolo omologato di assistenza personale, non abbiamo una formazione specifica in assistenza personale. E credo anche che sia molto importante che noi professionisti veniamo tutelati un po' e che ci vengano forniti strumenti o risorse per poter lavorare anche sulla nostra parte emotiva e psicologica.

Audiodescrizione [AD]: Raúl e Sacha chiacchierano seduti a un tavolo di legno.

R.A.:— Io… a Sacha… do un… dieci.

Audiodescrizione [AD]: Sacha annuisce con un sorriso e le accarezza la mano.

(Musica)

Audiodescrizione [AD]: Myriam attraversa un parco lungo un sentiero di legno. Viene mostrata la vista posteriore della sua sedia a rotelle, che reca un adesivo con la scritta 'No llores, Juanita'. Successivamente, Myriam entra negli uffici di PREDIF e saluta le sue colleghe.

M.A.:— Buongiorno.

Voci all'unisono: —Buongiorno!

Audiodescrizione [AD]: Myriam saluta una compagna, che si alza per baciarla.

Compagna 1:— Come va, ragazza mia? Com'è andato il fine settimana?

M.A.:— Bene, bene.

Audiodescrizione [AD]: Mentre Myriam attraversa la sala, Gema Campos, responsabile dell'Area Economica di PREDIF, si avvicina a lei e la saluta.

Gema Campos - (G.C.):— Come va? Come va, Carrie?

M.A.:— Molto bene, già meglio.

G.C.:— Ti prendo il computer, il tablet?

M.A.:— Sì, per favore, il portatile, il tablet e il caricabatterie, per favore.

G.C.:— Hai portato del cibo?

M.A.:— Sì.

G.C.:— Bisogna abbassarla?

M.A.:— Sì.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Myriam.

M.A.:— Attualmente, lavoro in una ONG che sostiene i diritti delle persone con disabilità. Nello specifico, il mio lavoro consiste nel promuovere e far conoscere il diritto alla vita indipendente e la figura dell'assistenza personale. È un diritto.

Audiodescrizione [AD]: Myriam è concentrata a lavorare al suo computer in ufficio.

M.A.:— È un diritto che appartiene a noi persone con disabilità, riconosciuto nella Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.

E, inoltre, che è specificamente previsto nell'articolo 19, il quale afferma che le persone con disabilità hanno il diritto di vivere in modo indipendente e di essere incluse nella comunità su base di uguaglianza con gli altri cittadini.

Audiodescrizione [AD]: Myriam lavora e conversa con le sue colleghe. Successivamente, mangiano insieme durante la pausa lavorativa.

(Musica)

M.A.:— Cosa hai portato?

Compagna 3:— Riso con funghi.

M.A.:— Oh, che buono!

Compagna 3:— È proprio vero.

M.A.:— Te lo sei fatto da sola?

Compagna 3:— Sì, me l'ha insegnato la mia mamma.

Audiodescrizione [AD]: Una compagna passa un piatto di cibo a Myriam a tavola.

G.C.:— Beh, tu hai i soldi.

M.A.:— Grazie.

G.C.:— Sembra molto promettente, eh?

M.A.:— Sì, beh, vediamo, è la solita storia. A me piacerebbe poter vedere un po' cosa contiene, poter fare così, ma che ne so... è che, alla fine, ordino a domicilio. Perché non ho tempo, sono stressata. Non ho tempo di farmi una doccia, di prepararmi, di cucinare, tutto in un'ora. È frustrante, ma vabbè.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano delle mani di Sacha mentre fruga tra le carte all'interno di una piccola scatola di metallo.

S.N.:— Vediamo, Raúl, devi ancora pagare queste bustine.

Audiodescrizione [AD]: Raúl e Sacha chiacchierano seduti su un letto. Sacha tiene tra le mani la scatola di metallo.

S.N.:— Quella della luce e quella del cibo, che dobbiamo andare a fare la spesa. Hai della pasta lì?

R.A.:— Sì.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano delle mani di Raúl, mentre raccoglie le buste che gli consegna Sacha.

S.N.:— Quanto costa per la luce?

R.A.: — Venti.

S.N.:— Vediamo se hai soldi per tutto.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di José Luis Aguirre.

JO.A.:— Sacha lavora partendo dall'uguaglianza, per così dire. Perché il rapporto con Raúl è di totale accettazione di Raúl come persona, per come è, non per come vorresti che fosse. A me ha insegnato moltissimo, perché partendo da lì, le cose si ottengono.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di José Luis e Concha.

JO.A.:— Inoltre, con affetto, rispetto e con la dovuta calma, no?

Audiodescrizione [AD]: Primo piano delle mani di Raúl su un quaderno, dove sono disegnate le diverse combinazioni di monete che sommano un euro.

S.N.:— E per il pranzo di…

R.A.:— Sei euro.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano della scatola di metallo in cui Raúl conserva le ricevute e il denaro.

S.N.:— Questo, se vuoi, portalo via per fare la spesa, no? E questo lasciamolo qui così paghi la luce.

R. A.:— Va bene.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Concha.

C.C.:— A volte l'iperprotezione che noi genitori tendiamo ad avere, in lui provoca molto rifiuto. E infatti lui lo definisce in un modo molto bello. Dice che il supporto gli piace, ma che l'aiuto non gli piace.

Audiodescrizione [AD]: Raúl e Sacha in cucina. Raúl si prepara per fare una frittata di patate.

S.N.:— Bene, quali ingredienti ti servono per la frittata?

R.A.:— Le patate.

S.N.:— Sì.

R.A.:— Le uova. La padella.

S.N.:— E un po' di…

R.A.:— Sal.

(Musica)

Audiodescrizione [AD]: Piano dettaglio di Raúl che sbuccia patate. A seguire, Myrian che assiste una persona nel suo ufficio di 'Impulsa Igualdad'.

M.A.:— Buongiorno, David, come va? Come stai?

David:— Salve, buongiorno, tutto bene. Siamo qui.

M.A.:— Dimmi, come posso aiutarti?

David:— Bene, sono appena arrivato a Madrid perché voglio continuare a studiare. Farò un master e, a dire il vero, avrò bisogno di parecchio supporto.

M.A.:— Dimmi, David, di che tipo di supporto hai bisogno?

David:— Beh, vedi, in casa ho bisogno di aiuto per vestirmi, per l'igiene personale e soprattutto anche per le faccende domestiche come stirare, cucinare... Mi è molto utile avere supporto quando devo sbrigare pratiche bancarie o fare la spesa.

M.A.:— Credo che, per quello che mi stai raccontando, ciò che meglio si adatta a quello che mi stai dicendo sia la figura dell'assistenza personale. Ti spiego.

Da Impulsa Igualdad, puoi richiedere l'assistenza personale, sia tramite la legge sulla non autosufficienza, sia privatamente.

David:— Se decido di assumere io l'assistenza, posso scegliere la persona che se ne occuperà e tutto il resto?

M.A.:— Esatto, David, il punto di forza della figura dell'assistenza personale è che sei tu a scegliere tutto, ovvero, tu scegli l'assistente personale, scegli gli orari, le attività, persino il genere dell'assistente personale.

David:— Beh, per quanto mi riguarda, facciamolo!

M.A.:— Geniale.

David:— Perfetto.

Audiodescrizione [AD]:— Piano dettaglio di Raúl che rompe e sbatte un uovo in una ciotola. A seguire, un primo piano di Sacha.

S.N.:— Raúl è una persona molto artistica, è molto rivendicativo, sia riguardo ai propri diritti che a quelli degli altri. È molto affettuoso, è molto rispettoso, ha moltissima empatia ed è una persona adorabile.

Audiodescrizione [AD]: Raúl e Sacha in cucina. Raúl accende il fuoco del piano cottura.

S.N.:— A che numero lo metterai?

R.A.:— Al sei.

S.N.:— Va bene. Allora guardalo bene lì. Perfetto. Se hai bisogno di supporto, chiamami, va bene?

R.A.:— Va bene, Sacha.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di José Luis.

JO.A.:— Raúl risveglia un'energia molto diversa da quella a cui noi persone siamo solitamente abituati. Come dice lui, fa sì che a tutte le persone con cui interagisce rida il cuore. È una frase che ripete fin da piccolo, anche quando era piuttosto malato.

C.C.:— La sua frase inventata era: «ti amoro». E quando gli chiedevi cosa fosse per lui la felicità, diceva: «beh, che ti rida il cuore». Io me l'ero dimenticato, sì, molto bello.

Audiodescrizione [AD]: Concha e José Luis si emozionano nel ricordare queste parole (apprezzamento soggettivo).

Audiodescrizione [AD]: Raúl e Sacha in cucina. Raúl canta mentre gira la frittata nella padella.

M.A.:— Dai, benissimo. Ora piano, che ti puoi scottare, lo sai.

Audiodescrizione [AD]: Raúl versa la frittata di patate dalla padella a un piatto.

M.A.:— Eccola! Vuoi vederla? Che frittatona, Raúl. Congratulazioni! Fantastico.

Audiodescrizione [AD]: Raúl e Sachan si battono il cinque.

R.A.:— Grazie, Sacha.

Audiodescrizione [AD]: Myriam gioca con Carrie, il suo cane. Di seguito, vengono mostrate foto di famiglia.

(Musica)

M.A. (v.o.):— Ho 36 anni. Sono la più piccola di tre fratelli. Il maggiore si chiama Juanma. Anche lui ha una disabilità, la stessa che ho io. E poi c'è mio fratello Frank, che è quello di mezzo. Lui non ha una disabilità. E niente, sono legatissima a loro. La verità è che sono molto fortunata ad avere due fratelli. Ci siamo sempre sostenuti a vicenda, ci siamo sempre rispettati.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Myriam.

M.A.:— Mia madre è venuta a mancare di recente, solo pochi mesi fa. María del Carmen, Maica per gli amici. Non ha mai dubitato di tutto ciò che avrei potuto raggiungere.

Audiodescrizione [AD]: Myriam si alza dal letto e si siede sulla sua sedia a rotelle, posizionata accanto ad esso. Carrie, il suo cane, è al suo fianco.

M.A.:— Era facile cadere nella sovraprotezione. E mia madre mi ha sempre dato le ali, ha avuto fiducia in tutto, nonostante il panico che doveva provare lei come madre. «Questa ragazza va a Madrid da sola». Non mi ha mai posto un ostacolo, perché lei era una combattente nata. E questo ci univa molto.

(Suona 'Me dijeron de pequeño', di Manuel Carrasco)

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Myriam.

M.A.:— Io parlo di Carrie e… io mi emoziono. Carrie mi ha dato la vita.

Audiodescrizione [AD]: Carrie corre verso Myriam, che si prepara a portarlo a spasso.

M.A.:— Mi ha dato quella compagnia e quell'affetto di cui, nel momento in cui ho deciso di prendere Carrie, avevo tanto bisogno. C'erano molte persone che, a causa della mia disabilità, mi dicevano: «sei pazza».

Audiodescrizione [AD]: Carrie entra nell'ascensore.

M.A.: (Si rivolge a Carrie) Molto bene, che bravo che sei!

Sarà una sfida, una sfida bellissima, perché per me prendermi cura di Carrie e il fatto che Carrie accompagni me, è una delle cose più belle che sto vivendo attualmente.

(Si rivolge a Carrie) Andiamo in strada? Andiamo, andiamo.

(Si sente 'Me dijeron de pequeño', di Manuel Carrasco)

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Raúl mentre dipinge. Su un tavolo di legno, matite, pennarelli e quaderni.

R.A. (v.o.):— Amo dipingere perché… mi arricchisce e, allo stesso tempo, è qualcosa con cui posso esprimere le diverse emozioni e come mi sento. Di solito dipingo ritratti quando me lo chiedono, magari mi pagano con due banconote da 20 o una da cinquanta.

Audiodescrizione [AD]: José Luis fotografa suo figlio, Raúl, mentre lui mostra le sue opere a una persona vicina. Concha osserva al suo fianco.

Compagna:— Adoro questo di Lucía, è bellissimo, con tutti gli animaletti.

Audiodescrizione [AD]: José Luis e Concha osservano e fotografano Raúl.

C.C.:— La verità è che è bellissimo.

JO.A.:— Cerca uno di un cavallo.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di José Luis e Concha.

JO.A. (v.o.):— Lui vuole andare a cavallo, ha una serie di passioni che devono essere soddisfatte e, inoltre, lavoriamo affinché guadagni qualche soldino, perché tutto ha un costo e per fargli capire un po' il valore del denaro.

C.C.:— Che sia un po' autonomo.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Raúl e della sua compagna durante la sessione fotografica. Raúl si tira su la manica del maglione e mostra sulla spalla una figura disegnata e un testo. Lo sfondo della scena è un tessuto dai toni marroni. La sua accompagnatrice osserva il disegno, sorprendendosi (apprezzamento soggettivo).

JO.A.:— Vediamo? Cavolo, grande! Vediamo?

C.C.:— E la leggenda, com'è la leggenda? Lì, lì, lì.

Compagna:— Cosa c'è scritto? Diritti, uguaglianza e libertà.

JO.A.: — ¿Diritti, uguaglianza e libertà? Niente male, davvero. Molto bene.

(Musica elettronica)

Audiodescrizione [AD]: Paesaggio urbano di edifici di Madrid. Successivamente, Myrian si trova presso MDA, un centro di fisioterapia. È sdraiata su un tappetino mentre Manu, il suo fisioterapista, le porge una piccola palla per eseguire alcuni esercizi.

Manu:— La prendi con le mani. Su, su la palla. Lascia, prendi e giù. Se non stringi, la palla scappa.

Audiodescrizione [AD]: Myrian cambia posizione e si mette seduta per cambiare esercizio. Manu le mostra una fascia elastica, che lei si mette sulla gamba.

Manu:— Questo esercizio è esattamente l'opposto, antagonista di quello che abbiamo fatto in precedenza. È un esercizio di trazione, affinché nella tua quotidianità tu abbia la capacità di portare le cose verso di te.

La presa con le mani, come sai.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Myriam.

M.A.:— Manu è il mio fisioterapista, è il mio allenatore, perché, beh, credo che faccia anche parte del mio progetto di vita indipendente: muovermi, lavorare sul mio corpo e, soprattutto, lavorare anche sui livelli di postura. Perché, volente o nolente, sono sempre seduta sulla sedia. Quel momento di liberazione, di sport, mi fa bene, sia a livello posturale che a livello di scaricare quell'adrenalina e quello stress che spesso, nella vita quotidiana, viviamo in una grande città e che il lavoro può comportare.

Audiodescrizione [AD]: Myrian si solleva per eseguire un nuovo esercizio.

Manu:— Rilascia e su, ancora, ancora, ancora, ancora. Ecco, dato che hai una scoliosi piuttosto grave, diamo un po' di mobilità. Forza, inspiro e rilascio. Forza, andiamo su, va bene?

Facciamolo. Forza, su, su, con l'altra. Forte, forte tu. Ecco, molto bene. Ok, ci sei. Ci sei, va bene?

Tu sola.

Audiodescrizione [AD]: Myriam, in piedi mentre si tiene a Manu, ride e scuote la testa.

Manu:— Tu sola, tu sola. Sì, dai. Tieni duro, tieni duro.

M.A.:— Ma dammi solo un secondo!

Audiodescrizione [AD]: Myriam si alza in piedi, senza appoggiarsi a Manu.

Manu:— Se stai già bene così, dai, se stai perfetta. Dai, resisti, cinque secondi. Ti vedo che stai tremando. Dai, piano piano e giù, va bene?

Audiodescrizione [AD]: Con l'aiuto di Manu, Myriam flette le gambe per sedersi di nuovo a terra.

Manu:— La gamba. Ecco. Perfetto. Bene, fenomeno, no?

Audiodescrizione [AD]: Myriam sorride, applaude e batte le mani con Manu.

Manu:— Bene, abbiamo finito la lezione.

Audiodescrizione [AD]: Concha tira fuori qualcosa di cotto dal forno. Successivamente, primo piano di Concha.

C.C.:— Di recente è stato conferito il premio «Corazón Inclusivo» a Raúl, un riconoscimento istituito da una persona meravigliosa tre o quattro anni fa.

Audiodescrizione [AD]: Raúl e la sua famiglia condividono un pasto insieme. Durante il pasto, Raúl mostra alla telecamera il premio «Corazón Inclusivo».

C.C.:— Lui è una persona con SLA. E da quando ha conosciuto Raúl, ha trovato in lui una luce speciale, ritenendo che per lui e per la società sia una persona imprescindibile.

Audiodescrizione [AD]: Raúl e la sua famiglia condividono un pasto, insieme.

JO.A.:— Beh, ho qui delle foto di quei giorni. Ve le faccio vedere?

R.A.:— Sì. Oh! Che foto incredibili!

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di un tablet che mostra le foto della premiazione. Raúl appare vestito da leone.

Familiare:— È che quando glielo hanno dato erano vestiti da leoni. Perché hai deciso di scegliere i leoni del Congresso?

C.C.:— Perché è al Congresso che bisogna cambiare le leggi.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di un tablet che mostra una fotografia di gruppi, davanti al Congresso, insieme a Dabiz Riaño. Quasi tutte le persone appaiono vestite da leoni.

C.C.:— Brindiamo per il premio.

Voci all'unisono:— La cosa più importante. Per Raúl. Per Raúl!

C.C.:— Tantissimi auguri, Raúl! Che grande!

(Musica)

Audiodescrizione [AD]: Myrian esce dal portone di casa sua con Carrie.

M.A.:— Forza, Carrie! Bene!

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Myrian

M.A.:— Io ho sempre notato che per conquistarmi le persone, per conquistarmi la società, ho dovuto sforzarmi il doppio o il triplo.

Audiodescrizione [AD]: Myrian porta a spasso Carrie nel parco.

M.A.: Ho sempre dovuto, ho sentito di dover lavorare molto sulla mia gestione emotiva, sulla mia personalità, sul mio modo di essere.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Myrian.

M.A.:— Per questo, anch'io molte volte cerco di compensare con la moda e con il modo di vestire, perché credo che ci sia qualcos'altro da vedere in me oltre alla sola altezza.

Io, quando parlo della mia disabilità, parlo sempre della mia doppia disabilità, perché, certo, c'è la mia sedia a rotelle e poi il mio aspetto fisico. Magari passeggio con un amico o un'amica che va in sedia a rotelle e tutti gli sguardi sono sempre un po' rivolti a me.

Quell'impatto che ancora oggi nella società viene generato sulle persone con questa malattia.

Audiodescrizione [AD]: Myrian incontra al parco Rubén, un amico.

Rubén:— Ciao, Miriam. Come va?

M.A.:— Ma guarda!

Rubén:— Ciao, Carrie!

M.A.:— Che succede, bello? Cosa fai?

Rubén:— Ho portato la chitarra, per cantare un po'.

M.A.:— Adoro!

Rubén:— Forza, andiamo.

M.A.:— Carrie, andiamo? Andiamo a cantare, Carrie, andiamo.

Audiodescrizione [AD]: Myrian e Rubén, a casa. Rubén suona la chitarra e Myrian canta.

M.A.:— (Cantando) Ora è il momento e non domani, che ricominci lo spettacolo ora che… Mi perdo…!

Rubén:— Dai, inizia, va bene?

M.A.:— Ci siamo, ci siamo. Rubén, non ridere!

Audiodescrizione [AD]: Raúl e una guida equestre portano fuori un cavallo bianco dalla scuderia del Club de Hípica Doma Vaquera Aleada. Poi, mentre Raúl fa un nodo, la guida gli insegna come farlo.

Guida:— Proprio qui vicino, Raúl, ricordati. Tiriamo da lì e il gioco è fatto. Molto bene. Dai, andiamo a spazzolare un pochino.

Audiodescrizione [AD]: Raúl spazzola il cavallo.

R.A.:— (Si rivolge al cavallo) Io mi fido di te, eh? Dai. Andiamo. Andiamocene.

Audiodescrizione [AD]: Raúl slega il cavallo e lo porta a passeggio al tramonto. Successivamente, Rubén e Myriam suonano la chitarra e cantano 'Hay que vivir el momento', di Manuel Carrasco.

M.A.:— (cantando) Ora è il momento e non domani. Che ricominci lo spettacolo. Ora che non perdo più la calma davanti a tanti sciocchi di passaggio.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Myriam.

M.A.:— Quella voglia di mangiarmi il mondo l'ho presa da mia madre ed è l'orgoglio più grande che credo mia madre possa avere di me ora. Dire: «Mamma, vado avanti, continuo a portare avanti tutto».

Audiodescrizione [AD]: José Luis e Concha osservano Raúl, che va a cavallo.

R.A.:— Grazie, papà, per l'amore.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Myriam che canta 'Hay que vivir el momento', di Manuel Carrasco.

M.A.:— (Cantando) Guarda, bisogna vivere il momento. Guarda, bisogna vivere il momento. Stasera balleranno le lancette dell'orologio. Ora voglio solo, ora voglio solo. Guarda, bisogna vivere il momento. Guarda, guarda, bisogna vivere il momento. Sento come un uragano dentro il mio cuore. Ora voglio solo,

ora voglio solo. Bisogna vivere il momento.

Audiodescrizione [AD]: Crediti finali. Laia Oliver, regia; María Galiacho, vicedirezione; Julia Fernández, sceneggiatura; Beatriz Chicharro, realizzazione; Carlos Serrano, produzione esecutiva; Lorena-Barrio, produzione; Amanda Padillo, assistente di produzione. Diego Cerezo, montaggio; Carlos F. Arroyo, color correction; Marta Garabatos, post-produzione; Diego Arévalo, post-produzione audio.

Team Muy Films: Julio Cuspinera, tecnico del suono; Jaime A. Rivero, direzione della fotografia; María José Mascarell, web e social media; Alejandro de la Llave, capo produzione; Irene Die, assistente di produzione; Fernando Manjavacas, secondo operatore di ripresa.

Ringraziamenti: David Fernández, Ana Gallardo, Rubén Mena, David Gómez, Patricia Pérez, Gema Campos, Jaime Aguirre, Diego Aguirre, Kaótica Libros, CEMIR Plena Inclusión, Impulsa Igualdad, Club de Hípica Doma Vaquera Aleada, MDA Fisioterapia.

Sottotitolato da Accesibilidad TVE.

Sono Quim

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Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Quim su uno sfondo bianco.

Quim:— Ciao, mi chiamo Quim e ho 18 anni. Vivo a Vilassar de Mar e questa è la mia storia. Fin da quando ero molto piccolo ho frequentato scuole che non erano scuole speciali. Ho iniziato all'asilo nido quando avevo meno di un anno. Che... non ricordo molto bene, ma ricordo che mi avevano trattato bene. Mi avevano trattato bene.

E poi, sono passato dall'asilo alla Escola del Mar. Non ricordo bene l'inizio, ma alla fine ricordo che era una buona scuola ed era un posto in cui mi sentivo a mio agio.

Dopo la Escola del Mar sono passato alla Santa Anna, dove, a parte alcuni problemi che ho avuto, ho trascorso un buon periodo. Beh, dal primo anno fino al quarto ho vissuto una bella esperienza. E poi, al quarto anno, ho avuto molte difficoltà a continuare.

Quando ho finito il quarto anno di ESO non mi hanno dato il diploma. Volevo fare teatro, studiare teatro, ma non ho altre opzioni. Siamo andati ai Servizi Territoriali e all'EAP e sono stati molto ostinati nel non darci il diploma.

Nessuno in tutti questi anni ha voluto darmi una mano. Attualmente, mi trovo in un PQPI adattato, al Miquel Biada, a Mataró. Nemmeno con questo mi daranno il titolo, e siamo di nuovo al punto di partenza.

Io voglio fare l'attore, l'attore professionista per apparire in serie o film importanti e cose così. E inoltre... Beh, io voglio fare l'attore... l'attore. E basta.

(Musica)

Audiodescrizione [AD]: Primissimo piano di Quim.

Quim:— Mi chiamo Quim e questa è la mia vita.

Audiodescrizione [AD]: Quim parla e ride con qualcuno fuori campo.

Quim:— Era troppo timido, no? Davanti alla telecamera?

Voce 1 (fuori campo):— Ma questo è normale, no? Le prime volte sempre...

Quim:— Sì.

Voce 1 (fuori campo):— Non preoccuparti. Anche io sarei timido, e ancora di più se dovessi raccontare la mia vita.

Audiodescrizione [AD]: Primo piano di Quim dopo aver conversato con la persona fuori campo. Sembra pensare a qualcosa o aspettare (apprezzamento soggettivo).

Voce 1 (fuori campo):— Bene, allora ci siamo. Ce l'abbiamo fatta!

Voce 2 (fuori campo):— Ci siete?

Voce 1 (fuori campo):— Sì.

Audiodescrizione [AD]: Quim si alza e se ne va. Dissolvenza in nero.

Supercapaces, Canal Málaga

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Audiodescrizione [AD]:— La Fundación Unicaja sponsorizza Supercapaces. [Musica] Audiodescrizione [AD]: Introduzione del programma Supercapaces. Il logo del programma ricrea lo scudo di Superman con le lettere 'SC' di «Super-Capaces». Narratrice [v.o.]: — Non arrenderti. Sei ancora in tempo per raggiungere e ricominciare da capo. Accettare le tue ombre, abbandonare le tue paure. Liberare la zavorra, riprendere il volo. Non arrenderti, per favore, non cedere, anche se il freddo brucia. Anche se la paura morde. Anche se il sole si nasconde e il vento tace. C'è ancora fuoco nella tua anima e, ora, c'è ancora vita nei tuoi sogni, perché ogni giorno è un nuovo inizio. Perché questa è l'ora e il momento migliore. Perché non sei sola. Ana Belén Castillo - A.B.:— Questo fine settimana vivremo qualcosa di storico nella capitale della Spagna. Parleremo, realmente, di come vogliamo che sia la scuola, quel luogo in cui impariamo e ci formiamo come cittadini. E tutto all'interno del movimento 'Quererla es crearla', che seguo e a cui aderisco fin dai suoi inizi. Audiodescrizione [AD]: Mentre Ana Belén Castillo parla, la telecamera inquadra i volti attenti di Nacho Calderón, María Teresa Rascón e Luz Mojtar. A.B.:— [Un movimento al] quale, finalmente, oggi, posso dare un volto, almeno qui a Malaga, dato che sono molti in tutto il territorio spagnolo. (Risate di assenso) A.B.:— Grazie mille a tutti e tre per avermi ascoltato. Vorrei che mi spiegaste un po' meglio cosa faremo questo fine settimana, da venerdì a domenica, con quali obiettivi e cosa vogliamo comunicare. So che la mia domanda può sembrare semplice, ma in realtà è molto complessa. Dobbiamo cercare di far capire alle persone di cosa si tratta e, soprattutto, coinvolgerle affinché partecipino. Titolo: Nacho Calderón. Professore dell'UMA, piattaforma 'Quererla es crearla'. Nacho Calderón - N.C.:— Bene, questo fine settimana abbiamo concentrato diversi eventi a Madrid che, da una parte, mirano a far conoscere ciò che stiamo facendo negli ultimi cinque anni e, dall'altra, a mobilitare persone che inizino lavori successivi. Abbiamo programmato l'anteprima di un documentario per venerdì. Sabato, una serie di laboratori partecipativi con un nutrito gruppo di persone provenienti da ogni parte della Spagna. E domenica, un sit-in in Plaza del Callao alle 12 di mezzogiorno. A.B.:— Quando parliamo di 'Quererla es crearla', di cosa stiamo parlando realmente? Io ho abbozzato qualcosa, grosso modo, ma cos'è realmente? Etichetta: Teresa Rascón. Professoressa dell'UMA. Piattaforma 'Quererla es crearla'. Teresa Rascón - T.R.:— 'Quererla es crearla' è, fondamentalmente, un movimento formato da un gruppo di persone, famiglie, studenti, professionisti dell'istruzione e ricercatori, che si uniscono per costruire una scuola inclusiva. Ovvero, con l'obiettivo di eliminare ogni tipo di discriminazione ed esclusione a scuola, che sia per ragioni di razza, identità sessuale, diversità funzionale, ecc. Si tratta di recuperare il sapere di queste famiglie, che spesso viene dimenticato, soprattutto in ambito accademico e scientifico, e di unire queste voci a quelle della scuola e di tutta la comunità educativa. Lavorare insieme per costruire quella scuola inclusiva. A.B.:— Come diceva Nacho, tutto nasce da un'intenzione di ricerca che, in precedenza, ha avuto molti punti nella storia di 'Quererla es crearla', che abbiamo conosciuto davvero come marchio l'anno scorso, no? Non ricordo molto bene, ma… N. C.:— … un paio d'anni fa… A.B.: — … un paio di anni fa, corretto. Come nascono queste tappe fondamentali, questioni precedenti o… appuntamenti nel tempo che sono arrivati davvero fino a questo punto finale? Luz Mojtar - L.M.:— Il primo è stato nel 2018, quando si è tenuto il primo laboratorio partecipativo presso l'Università di Malaga. Sono venute persone da tutto il territorio spagnolo e, inoltre, rappresentanti di tutta la comunità educativa. Audiodescrizione [AD]: Facciata della Facoltà di Psicologia e Scienze dell'Educazione di Malaga. 24 febbraio 2018. A seguire, frammenti delle registrazioni dei laboratori realizzati. L.M. (v.o.):— Il valore più grande è stato che le famiglie hanno assunto un ruolo da protagoniste in un incontro scientifico-educativo. Quello è stato il primo traguardo, il germe. Da lì nasce un po' tutto questo. Cosa è successo dopo? Che il covid è stato un problema che non ci ha permesso di avanzare come volevamo. Allora, a queste menti pensanti [riferendosi a Nacho Calderón e Teresa Rascón], è venuto in mente di organizzare delle conversazioni online con tutta la comunità educativa. Abbiamo creato un gruppo di studenti, un gruppo di famiglie, un gruppo di professionisti dell'educazione, di ricercatori e, persino, di persone della politica. In queste conversazioni, era essenziale aver partecipato alla sessione precedente perché l'obiettivo era generare un dibattito tra tutti e tutte. E, beh, ora siamo qui. Andiamo a Madrid a fare qualcosa in presenza, finalmente, e a continuare. Nel 2018 c'è stata la diagnosi; ora, vediamo cosa facciamo. Titolo: Intervento in Conversazioni sulla scuola inclusiva (2020). Adulto:— Siamo abituati [in riferimento al corpo docente], senza riflettere, a dove posare il nostro sguardo. E, automaticamente, in modo naturale, guardiamo ciò che è diverso, ciò che si muove. E cadiamo in quello che io chiamo 'nascondere mostrando': «guarda questo bambino affinché, mentre ti concentri su di lui, smetta di vedere ciò che non voglio mostrarti perché provo paura, perché credo di non sapere, di non poter fare». Ciò che non voglio mostrare sono le difficoltà affinché la mia aula sia inclusiva e gioiosa. Che sia viva e non un'aula morta. A.B.:— In quegli incontri, ciò che mi ha suscitato molto interesse è stato vedere come convergono emotivamente famiglie e professionisti dell'educazione, dato che la sofferenza è reciproca. Per procedere tutti lungo lo stesso cammino, credo sia anche molto importante vedere la sofferenza dei professionisti. N.C.:— L'educazione inclusiva non nasce dal nulla, nasce dalla necessità di rompere con le esclusioni che il sistema scolastico produce e riproduce. E questa sofferenza non riguarda solo i bambini e le bambine, né solo le famiglie, riguarda anche il corpo docente, gli orientatori e le orientatrici. Vale a dire, è una sofferenza che attraversa l'intera comunità, ma che non abbiamo ancora imparato a rilevare e a sincronizzare. Nel primo laboratorio partecipativo, abbiamo lanciato un appello affinché le persone raccontassero i propri dolori e, anche, le proprie gioie. Successivamente, abbiamo lavorato alla costruzione delle biografie di molte persone; molte di queste biografie riflettono sia il dolore che la speranza di avere una scuola che risponda ai bisogni di tutti i bambini e le bambine. Ciò che l'educazione inclusiva fa è migliorare la scuola affinché risponda meglio a tutti e tutte. Titolo: Nell'ultimo anno e mezzo, la regista cilena Cecilia Barriga ha accompagnato la piattaforma per realizzare un documentario che illustri gli obiettivi e i passi di 'Quererla es crearla'. Cecilia Barrigas - C.B.:— Sono Cecilia Barrigas, regista e creatrice audiovisiva. Lavoro da molti anni a documentari; in particolare, a opere audiovisive che cercano di dare visibilità formale ed estetica a molte lotte sociali e gruppi che si organizzano per creare nuove alternative in termini di diritti, libertà e conquiste. Ad esempio, il femminismo, che ritraggo praticamente da più di 40 anni. E anche il movimento LGTBIQ, con tutte le sue transidentità, sia razziali che geografiche e corporee. In questo momento, il movimento 'Quererla es crearla' mi ha invitato a partecipare a un progetto che trovo affascinante per la sua complessità e per ciò che ci interpella in termini di presa di coscienza. Audiodescrizione [AD]: Frammenti del documentario 'Quererla es crearla'. T.R. (v.o.):— Il documentario 'Quererla es crearla', diretto da Cecilia Barriga, cineasta cilena di grande esperienza, raccoglie gran parte del lavoro che abbiamo sviluppato durante tutto questo processo. Perché è una ricerca, ma anche un movimento. Titolo: La prima del documentario si è tenuta il 21 ottobre presso il Museo Reina Sofía. I biglietti sono andati esauriti in 8 minuti. T.R. (v.o.):— Il documentario parte da un caso molto significativo in Europa e in Spagna, quello di Rubén Calleja, un ragazzo che è stato escluso dalla scuola. A partire da lì, vengono toccati diversi aspetti che raccolgono, come ha detto Nacho, la sofferenza delle famiglie e degli studenti. In un certo senso, si tratta di mostrare alla società che quella sofferenza è legata ad altri sentimenti che, a volte, dimentichiamo. Per esempio, la solitudine. La solitudine delle famiglie, degli alunni nei cortili. La solitudine dei professionisti [dell'istruzione] che non si sentono accompagnati da molti dei loro colleghi o dai team direttivi. Il documentario accompagna anche in quella solitudine. Dice «non siete soli». «Questo è un movimento, un gruppo di persone.» Qui potete trovare altre storie o narrazioni, come diceva Nacho, che vi accompagneranno nel processo di cambiamento della scuola. N.C. (v.o.):— Queste narrazioni sono collettive, costruite da molte persone. In esse, ci mettiamo a pensare e a diagnosticare cosa succede alla scuola, e non solo cosa succede a mio figlio o a mia figlia. Così, queste narrazioni creano un nuovo sostegno. Lavoriamo per creare un nuovo terreno. Le storie di una persona sono il terreno delle storie di un'altra, che costruisce a partire da esse. Le storie collettive sono sostegno per costruire nuove pratiche. Il documentario, in modo brillante da parte di Cecilia, non entra direttamente nella scuola in modo tecnico, né nulla di simile. È un documentario, parte dell'arte della regista, che mostra tutta quella sofferenza, ma anche la rabbia di «come può essere che le cose continuino così». E, d'altra parte, mostra una profonda speranza che quella situazione possa cambiare. Mostra come si sviluppa la vita. Almeno, in questo documentario, con molto ottimismo. Le cose non sono una sentenza; sappiamo che sono così, ma che si possono cambiare. A.B.:— Totalmente. Mi piacerebbe sapere quali tematiche o aspetti verranno trattati nei laboratori di sabato. Come sarà la dinamica? L.M. (v.o.):— Come hai giustamente detto, ci sono diversi laboratori. Per prima cosa, terremo un'assemblea iniziale perché, sebbene veniamo dal laboratorio del 2018, abbiamo visto dalle iscrizioni che ci sono molte persone che non erano presenti, il che è ancora più prezioso. In questa assemblea iniziale, ci presenteremo e racconteremo da dove veniamo e il nostro percorso, seppur brevemente. Successivamente, la divideremo in diversi laboratori di lavoro. Questo è uguale a ciò che ti dicevo riguardo alle conversazioni. I team dei laboratori sono eterogenei. Al loro interno ci saranno sempre studenti, professionisti dell'istruzione, orientatori e famiglie. L'esperienza ci dimostra che questo è il bene più prezioso che abbiamo: lavorare insieme, senza lasciare indietro nessuno. Nel 2018 c'è stata la diagnosi. Ora si tratta di progettare strategie perché abbiamo molti dati sugli aspetti in cui la scuola sta fallendo, che non funzionano. Vogliamo costruire insieme strumenti che ci aiutino a mettere in pratica il cambiamento. Ora vogliamo passare all'azione. N.C.:— Vale a dire, non andremo a questa riunione come se nulla fosse. Andremo con guide su «Come rendere la tua scuola un luogo di convivenza»; «Come rendere la tua scuola più inclusiva», da parte degli studenti; «Come fare un orientamento inclusivo»; «Come fare advocacy politica nella tua regione». Abbiamo lavorato in molti luoghi. C'è una guida molto bella, progettata dalle famiglie, che si chiama «Come dissentire a scuola». I cambiamenti non avvengono seguendo ciò che accade, ma dissentendo da ciò che accade. Vogliamo mostrare tutto questo lavoro articolato e chiederci come metterlo in pratica. Come possiamo organizzarci affinché territorialmente si possa lavorare in modo autonomo? Ad esempio, da Malaga o Vigo. Come progettiamo questa proposta affinché abbia anche un po' di coordinamento statale? [Facciamolo] Vediamoci l'anno prossimo e verifichiamo cosa abbiamo ottenuto. A.B.:— È fantastico. Siamo arrivati al punto del 'cosa facciamo'. Tutte le persone che parteciperanno sono persone che vogliono agire, dissentire e cambiare, anche se ci sono anche le strutture rigide, che resistono al cambiamento e al movimento. Parliamo di persone che si sentono sole perché, quando vogliono cambiare, nessuno le accompagna. So che la ministra dell'Istruzione parteciperà alla proiezione del documentario, perché voi lo avete comunicato, ed è necessario. I cambiamenti vengono dal basso, li spingiamo noi, ma qualcuno deve spingere anche dall'alto affinché si muova tutto. Altrimenti, quelli dal basso possono finire completamente esausti di spingere senza ottenere nulla. N.C.:— Sì, ma noi partiamo da una base: chi cambia il sistema è chi ha più bisogno del cambiamento. Chi vive nel sistema in modo confortevole non ha la necessità di spingere forte né di metterci tutto l'impegno necessario affinché ciò accada. Sappiamo che il motore del cambiamento proviene, fondamentalmente, dalla sofferenza. Nella sofferenza bisogna unirsi, perché non riguarda solo i bambini; riguarda anche le famiglie e molti professionisti che non vogliono vivere ciò che stanno vivendo. Partiamo da lì. Sì, dobbiamo fare pressione politica. Infatti, domenica siamo pronti a dire: «eccoci qui, non siamo rimasti in silenzio né staremo zitti». Ritrovarci a Callao può essere un modo per vedere che non siamo soli e che, in realtà, c'è molta forza lì. Ci sono più di 100 adesioni al manifesto di 'Quererla es crearla', da parte di enti molto diversi. Credo che questo dica molto. Ci sono enti locali, regionali, nazionali e internazionali. Ci siamo gemellati con un'altra mobilitazione in Australia. Chi sa dove può arrivare a spingere quest'onda? Ci sono scuole molto segreganti e anche molto inclusive nello stesso sistema scolastico. Dobbiamo modificare le strutture, cambiare molte cose al loro interno, ma sappiamo che all'interno di quella struttura possiamo costruire pratiche più democratiche. Titolo: Puoi aderire al manifesto per l'educazione inclusiva di 'Quererla es Crearla' su info@creemoseducacioninclusiva.com. Audiodescrizione [AD]: Immagine di chiusura del documentario 'Quererla es crearla', Educazione inclusiva. Dignità. Amore. Libertà. Uguaglianza. Diversità. Umanità.

Els demotions, IB3 TV

Di-versos +, Canal Málaga

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La scuola dei miei sogni I

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La scuola dei miei sogni II

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Indira Martínez, EITB

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Indira Martínez:— Sono Indira, ho 17 anni e vivo a Vitoria-Gasteiz. Sono una persona che, quando vede un'ingiustizia, va avanti per lottare contro quell'ingiustizia.

Nelle scuole manca amore per alcune persone.

È stato un grande onore ricevere quel premio lì per il nostro lavoro volto a rendere le scuole inclusive per tutti. È un gruppo che proviene da tutta la Spagna, molto eterogeneo. Ci riunivamo e, proprio da questo, abbiamo iniziato a parlare di come dovrebbe essere la scuola, rendendoci conto che c'erano ancora aspetti da cambiare. È stata realizzata una guida molto interessante. Affinché i bambini e le bambine non debbano passare ciò che ho passato io.

La mia scuola, quella che creerò da grande, non avrà né aule specifiche né nulla del genere. Tutti staranno insieme, lì, a imparare. È semplicemente la cosa migliore per tutti.

Noemí Preciado:— La nostra lotta e il nostro lavoro sono stati affinché Indira rimanesse all'interno del sistema. Indira è stata esclusa dal sistema, perché le opzioni che il sistema ci offriva erano opzioni segregate.

Indira Martínez:—  Se ci separano fin da piccoli, la convivenza tra tutti è impossibile.

Studiare mi piace, sì, sì. Attivista, che lo sono già. E politica anche [voglio essere] per far sì che vengano rispettate le leggi e la Convenzione delle Nazioni Unite. Dice che noi persone con disabilità abbiamo diritto a un'educazione inclusiva. Eppure ci sono ancora leggi che permettono ancora di separarci.

Nella mia scuola di prima, gli insegnanti non mi spiegavano nulla. Quindi, certo, mi annoiavo. Consideravano che dovessi stare in disparte. Segregata in un'aula speciale. Dicevano che dovevo stare con i miei simili...

Noemí Preciado:— Indira alle scuole medie era in classe ordinaria perché era 'una mia testardaggine'. Non è mai stato inteso come un suo legittimo diritto. Lei era lì, in classe; era un'inclusione fisica.

Indira Martínez:— Eravamo 30 meno 1. Chi era la -1? Io. Mancava loro conoscermi, avere un po' più di amore.

E nei cortili, non stavo con i miei compagni. E guarda che ci provavo, eh? Ma niente, era impossibile. Ero totalmente invisibile.

Noemí Preciado:— Manca di umanità. E della convinzione che, quando si segregano le persone per la loro condizione, si sta violando il diritto di quelle persone e il diritto degli altri. Perché li si sta privando del diritto di convivere con la diversità.

Indira Martínez:— Io sto studiando all'istituto Europa. Frequento corsi di formazione per disoccupati. Non ci sono classi specifiche, lì sì che mi insegnano. Sono una come le altre e vado felice.

Campagna, Canal Málaga

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[Trascrizione automatica provvisoria]

[Musica]

non vi ingannerò ci sono cose che devo ascoltare in questi giorni che mi indignano ma come si può dire è stancante averlo così chiaro e dover ascoltare certe cose dai sul serio ma a volte all'improvviso succede qualcosa [Musica]

come per magia e inizi a ricevere da ogni parte un messaggio che ti suona familiare, che è parte di te, che respira lo stesso ossigeno che ti spinge a proseguire su quella strada che è obbligatoria se vogliamo avanzare nella giustizia

cerchi rapidamente una fonte, un'origine, ma non la trovi; un messaggio con così tanta forza che non riesci a crederci, è ovunque, tutti ne parlano e lo conoscono, ma da dove viene? chi c'è dietro? non c'è risposta. ciò che sappiamo è che riesce a scatenare uno tsunami di partigiani dell'inclusione, di operai dell'uguaglianza, di militanti della diversità. con minuziosa curiosità isolo i miei obiettivi: è una lunatica, e non perché sia ossessionata dai racconti rossi, ma per il suo fascino per Luna, sua figlia di nove anni che ha la sindrome di Angelman. Luna è scolarizzata in una scuola pubblica, in una classe ordinaria con supporti. Ana, oltre a lavorare e vivere a Malaga circondata da libri, è una massima sostenitrice dell'educazione inclusiva

Lucía è di Siviglia e frequenta il secondo anno di bachillerato, una ragazza determinata, femminista, rivendicativa e un'assoluta militante dell'inclusione, una bomba. Deve avere qualcuno a cui assomigliare e da cui trarre ispirazione. Suo fratello Raúl, di 13 anni, ha la sindrome di Williams. Antonio Márquez, maestro in pedagogia inclusiva e attualmente direttore del progetto 'Auna Desigual de Escuelas Inclusivas SL'. La sua azione principale è formare e offrire consulenza in materia di inclusione. Alle spalle ha 16 anni di scuola, gli ultimi 12 nel team per non vedenti di Granada. Il suo lavoro è orientato alla trasformazione della scuola verso un modello che accetti, rispetti e includa tutti e tutte. Loro sono i prescelti per crearla, almeno in questi minuti, semplicemente perché ci credono e la vogliono, e 'Quererla es crearla'. Benvenuti a tutti e tre a Supercapaces, è un piacere poter parlare con persone che parlano la nostra stessa lingua, la lingua dell'inclusione. La prima domanda d'obbligo è: cosa è successo quando è arrivato a voi questo video? Il misterioso video che tutti abbiamo ricevuto in qualche modo e che continua ad essere, ancora oggi, un grande mistero. A me il video è arrivato tramite WhatsApp, beh, dai contatti che ho, e insomma, suppongo sia successo un po' a tutti, iniziare a guardarlo con mistero, cosa ci sta raccontando, e all'improvviso vedere riflesse tantissime cose che da tempo, nel mio caso ad esempio, cerco di trasmettere sia ai docenti che alle famiglie, alle istituzioni e a tutti, e all'improvviso tutto viene raccolto perfettamente in un video che inizia lasciando il cuore un po' in sospeso, sulla pelle un sentimento puro e, beh, moltissimo se l'avete visto. A me è successo esattamente la stessa cosa del collega, mi è arrivato da vari gruppi quasi in contemporanea e quando l'ho aperto ho avuto una sorpresa, è stata una visione, un brivido e molta emozione, come molta gioia, perché iniziavo a vedere parole importanti che per me lo sono quotidianamente e con cui abbiamo a che fare tutti i giorni, affinché si vedessero in un modo così efficace ed efficiente. Quando ho letto la parola dignità, quando ho visto la parola amore, che è la più potente di tutte, no? Libertà, diversità, ho detto: questo gesto è... non sono sola, è l'unica cosa che ho pensato, non sono sola. C'è stata e c'è sul nostro pianeta, nella storia del nostro pianeta, molte volte la necessità di dire: 'dai, basta, abbiamo bisogno che ci si rispetti tutti allo stesso modo'. Questo è ciò che sentiamo, molta gioia, ti capisco perfettamente. Lucía, raccontaci, dal tuo punto di vista giovane e assolutamente fresco, quando ti è arrivato il video e l'hai visto, cosa hai pensato? A me all'inizio è sembrato strano, mia madre mi ha detto che le era arrivato tramite WhatsApp, ma poi ho iniziato a vederlo sui social network e ho pensato che stesse davvero facendo colpo sulle persone e che alla gente fosse piaciuto. E io, sinceramente, mi sento molto identificata con il video perché sono sempre stata una persona che difende molto i diritti.

e la verità è che mi sono sentita molto identificata e che non ero sola, come si parla in generale dell'inclusione, no? Che parola, no? E non so cosa ne pensiate voi, se l'uso della parola venga fatto correttamente nella società in generale, se esista davvero un'educazione inclusiva al giorno d'oggi

venite che ti vedo motivata, per niente, no, no, no, no, sono piccole gocce, siamo come i regni di Taifa, siamo lì, ognuno che lotta un po' per conto proprio in questo senso, perché l'amministrazione non ci sostiene, perché non si rispetta la normativa, perché si continuano a violare i diritti di milioni di bambini ancora oggi. Mi fa sorridere quando mi dicono che ho molta fortuna, Ana Luisa, questa figlia che ha una disabilità è in una scuola o in una classe ordinaria e riceve sostegno, e io dico fortuna? Il problema è che per gli altri, quelli che non sono in queste condizioni, si stanno violando i loro diritti di bambino, questo è un problema. Io non ho nessuna fortuna, credo che quella che ho sia una grande sventura, perché proprio nella scuola di mia figlia lei continua a essere diversa, perché è una bambina con diversità, non sono bambini diversi in una classe, in un centro, e ognuna con le sue caratteristiche, e lei continuerà a essere la bambina diversa perché ha sostegni straordinari, perché non parla, perché usa un comunicatore vocale aumentativo, perché porta il caschetto e continua a essere quella strana. Quindi no, le inclusioni sono un cammino e una lotta permanente, ma fin dal mattino, a tutti i livelli, cioè non è ancora un sogno. Tua figlia ha adattamenti curricolari significativi? Guarda, aveva tutti gli adattamenti curricolari significativi, come sai, e se non lo sai te lo dico, ci sono problemi con il tema del conseguimento del titolo se ha adattamenti curricolari significativi, per questo lo stavo dicendo in un consiglio scolastico, ho spiegato questo motivo che era sconosciuto da parte del corpo docente, non si lascia, non si studia cosa succedeva per avere adattamenti curricolari significativi, e ora ne ha di specifici in due aree, l'area di matematica e l'area di linguaggio, e per le altre ha adattamenti curricolari ma non significativi, li stiamo togliendo progressivamente facendo appello al tema del design universale per l'apprendimento, insomma per tutto, ma ancora così è un cammino, te lo dico, una goccia nell'oceano. La risposta educativa dal centro è favorevole, per cui nemmeno quello, è importante, ma è un problema, continua a essere un problema perché ne avrebbe bisogno, ma d'altra parte ci scontriamo con l'altro muro, quindi siamo lì. Per iniziare, finché continueremo a parlare di inclusione quando ci riferiamo a persone con disabilità, con difficoltà di apprendimento, ecc., significa alla base che non si è capito bene il concetto, perché non si può legare, inclusione significa la partecipazione di tutti e di tutte, e quindi, cercando di iniziare a capire questo, inizi a renderti conto che non possiamo fare in modo che una condizione di una persona venga trasformata, o quella parola che si usa molto, la normalizzazione, che abbiamo nei nostri principi della legge educativa e tutto, a me non piace perché significa cercare di far tornare normale qualcuno che non lo è, e allora iniziano a darsi questo tipo di aggiustamenti di sostegno di cui state parlando, adattamenti curricolari significativi, non significativi, programmi specifici, e tutto con l'intenzione di rendere normale qualcuno. Guardate che è una condizione, non si può cambiare, quindi bisogna spostare quello sguardo e renderci conto che effettivamente quello che possiamo cambiare è come il centro educativo assiste a tutta la diversità dei suoi studenti, e allora quando spostiamo quel focus inizieremo a renderci conto che le barriere non sono nello studente, ma siamo noi che le mettiamo. Chi si impegna, quando facciamo le formazioni, iniziamo a fare pratiche di design universale per l'apprendimento, con design multilivello e con altri tipi di strategie che alla fine, quando finisce la formazione, è molto curioso perché possiamo stare anche otto ore di formazione in quattro o cinque sessioni, stiamo lavorando su design aperti e flessibili per tutti, tutti lo capiscono, tutti lo applicano, e quando finisco dico, vi siete resi conto che non abbiamo menzionato la parola adattamento significativo? Non è vero, si potrebbe fare, si potrebbe fare se ci ponessimo e spostassimo il focus qui, quello che succede è che si sta un po' distorcendo la parola inclusione, torna a essere integrazione, ora tutto è inclusivo, metterci l'aggettivo inclusivo mi fa già sorridere, perché vedi anche l'annuncio di uscita inclusiva dell'associazione di, o della non so cosa, della disabilità, e allora escono tutti i bambini con quella disabilità e vanno lì, e già in un'uscita inclusiva significa che quello spazio, quel posto, deve essere preparato per affrontare e assistere chiunque vada. Lucia, so che mi stai ascoltando, mi interessa molto la tua opinione come studentessa, come persona che ha molto recente il suo passaggio per quella che è l'istruzione, non ti sto parlando, come dice Antonio, dalla posizione dell'istruzione così com'è oggi, che non è inclusiva, non danneggia solo le persone con bisogni educativi speciali o persone con realtà sociali, economiche o di etnia diverse, colpisce tutti, colpisce anche te. Nell'ascoltare Antonio parlare in quel modo, noti che nella tua istruzione hai sentito la mancanza di cose? Hai sentito la mancanza del fatto che tenessero conto dei tuoi interessi, della tua realtà, dei tuoi talenti nel sistema educativo? Noi non siamo persone, noi siamo un voto, e solo nel mio caso, nella mia scuola, usciamo solo con una valutazione numerica.

riguardo al caso di mio fratello, lui frequenta una scuola ordinaria, ma non è realmente una scuola inclusiva, è una scuola basata sull'integrazione. Tuttavia, come ha detto prima Ana, mio fratello continua a essere visto come quello diverso, quindi sono molto in disaccordo con il sistema educativo e con tutto il resto, perché mi sembra che non sia adatto a nessuno. Voi avete fatto un piccolo passo in più rispetto a quello che abbiamo potuto vivere noi nella nostra generazione, ovvero avete già avuto un sistema di integrazione, non di inclusione, ma di integrazione; in alcuni casi avete convissuto in aula con persone che vivevano queste realtà di diversità funzionale. Tu l'hai vissuto e pensi che voi giovani abbiate imparato un po' più di noi, che siate pronti a essere un po' più consapevoli di ciò che è realmente giusto? Io credo di sì, ma che ci sia ancora molta strada da fare, perché nella mia classe c'era un bambino con diversità funzionale e gli altri bambini lo lasciavano sempre da parte, quindi non diventavano amici. Cosa pensate che manchi? Perché questo è uno dei principali argomenti utilizzati per dire che non possiamo stare tutti insieme a scuola, no? Il bullismo, il rifiuto... Che tipo di ambiente, che tipo di spazio pensate si debba creare? Quale obiettivo di lavoro si deve perseguire? Perché forse bisogna fare un lavoro preliminare o forse preparare personale specifico affinché sappia articolare quelle relazioni sociali che si creano nelle scuole. Cosa si può fare per evitare questo tipo di situazioni che, ad oggi, sono tra le cose che pesano di più sulla bilancia, ovvero il timore che questi bambini non riescano a integrarsi in un modo o nell'altro, o che non riescano a socializzare in modo adeguato?

di cambiare un sistema di valori che abbiamo molto radicato nella nostra società, quindi non è solo qualcosa che riguarda un centro educativo, ma circonda l'intera comunità educativa. Tutta la comunità implica le famiglie, le istituzioni e implica il modello stesso di ogni centro educativo. Spesso si parla di culture inclusive, quella cultura che è la prima cosa e la più difficile da cambiare, perché è da lì che poi emergono i modelli che stiamo vivendo. Guarda, ad esempio, io faccio sempre lo stesso esempio: quando un bambino entra nella scuola dell'infanzia e ha come compagno o compagna un alunno o un'alunna che può avere qualsiasi tipo di differenza, lo accettano naturalmente. Una mano, una mano... iniziano a parlare, non so, 'quello è biondo' e 'quell'altro è diverso', e non se ne preoccupano affatto. Ma guarda come, man mano che avanzano nel loro percorso scolastico, iniziano ad assumere valori che non sono i loro, ma quelli che noi adulti trasmettiamo nelle comunità che circondano quella comunità, che siamo noi insegnanti, le famiglie, il personale docente. Quindi, ovviamente, questa dovrebbe essere una strategia di un centro che, in sintonia con il suo ambiente prossimo, inizi a maturare un progetto in cui l'educazione ai valori e il rispetto per la diversità siano qualcosa di assunto da tutta quella comunità. E fare proposte affinché ciò venga realizzato, ovvero tenere riunioni nei centri educativi, progetti di apprendimento-servizio in cui siano gli stessi studenti ad andare nella comunità e sensibilizzare su questo tema. Ma questo richiede anche una leadership nel centro educativo che scommetta in modo forte e profondo sull'inclusione, perché altrimenti è impossibile. Altrimenti, quello che stiamo facendo è replicare... se io, quando un alunno entra in prima elementare e ha una disabilità, sta con il suo gruppo nella scuola dell'infanzia e misteriosamente, dopo due mesi, non si sa perché, non può più starci, allora quel bambino di 5 anni, che è un compagno o una compagna, quando arriva in prima elementare e vede che lo portano via in altri posti, capisce che succede qualcosa. E allora inizia ad assumere che 'quello era diverso' e per questo lo portavano via. E lui, quando diventa più grande, vede quella pratica ripetuta non solo nella scuola, ma anche nella società, perché si è normalizzata quella situazione in cui si esclude in modo normale e senza alcun tipo di remora. Quindi siamo noi quelli che stanno trasmettendo quella cultura e quei valori che si replicano, che si replicano in quelle bolle. Il cambiamento, credo, debba essere un seme che ci arriva fin da piccoli, con i bambini che vedano sempre che tutti stanno insieme, accada quel che accada. Racconto ovviamente un aneddoto: quando è arrivata Luna, l'abbiamo cambiata di centro educativo ed è arrivata al terzo anno della scuola dell'infanzia.

volevo spiegare a quei bambini, ai suoi compagni, perché una di loro non parlasse. Così ho inventato una storia, mi piacciono molto le storie, e ho inventato che la testa di Luna fosse una giostra dove tutte le parole giravano e giravano e giravano, e siccome le giostre sono così divertenti, faceva fatica a farle scendere, faceva fatica, e per questo non parlava. E la risposta dei bambini è stata sorprendente, perché hanno alzato la mano e uno di loro ha chiesto quanti soldi le avessi dato io perché Luna potesse salire sulla giostra.

la cosa più importante, e la seconda: maestra, mi è venuta un'idea, spegniamo le luci della fiera. Cioè, loro cercavano soluzioni, ma il problema non era che Luna non parlasse, era: se abbiamo posto questo come un problema, allora si potrà risolvere. È quell'innocenza meravigliosa e stupenda del 'agiamo', non abbiamo tempo da perdere. Anche io voglio cospirare nell'infanzia perché è ottimo per preparare il terreno, preparare la mente, è parlare. Il video 'Quererla es crearla' nota ciò che ha davvero molto effetto e di cui c'è molto bisogno, ma soprattutto bisogna essere ovunque. È una responsabilità dei genitori, dobbiamo portare i nostri figli ovunque, la visibilità è ciò che conta, dando esempi, la teoria prima e poi la pratica, perché alla fine c'è sempre qualcuno che rimane indietro e i bambini non hanno nella scuola ordinaria le loro difficoltà, e noi genitori dobbiamo essere coraggiosi e dire che non hanno le risorse, che quella speciale non importa, lottiamo, soffriamo, che questo insegnante non è abbastanza preparato, avrebbe bisogno ora di formarsi sull'inclusione, non hanno bisogno di bambini con problemi in classe, hanno bisogno di bambini con difficoltà e risolviamolo tutti insieme, non io.

Ho sempre detto non ho tempo, mi dispiace non ho tempo, posso aspettare, mia figlia cresce. Una figlia non può avere un quadro idilliaco in cui stare, mia figlia non può avere una cultura meravigliosa inclusiva dove il museo dell'attività non mi scaverà, stare in questa attività. Allora io cosa ho fatto? Beh, crearla. Ho fatto crearla, mi sono messa a crearla. Allora ho iniziato a fare attività per tutti i bambini dei musei di questa città e già potete vedere, convincendo poco a poco, guardiamo dove sono i fuochi nell'educazione non formale e nell'infanzia, perché già li abbiamo. Io non torno indietro, ora ciò che serve è che i bambini delle classi vengano in massa, una tribù di bambini e di genitori, i cortili delle scuole dicendo: mio figlio starà qui. Ma le piccole proposte che a me piacciono, d'altro canto, mi piacciono. Beh, tutto il lavoro che sto sviluppando ha come obiettivo finale proprio questo: che tutti i bambini... per cominciare, quando hai il problema in casa, non ti resta altra scelta che dargli una soluzione, è vero. E inoltre, a volte non c'è più tempo per aspettare, ma è anche vero che credo che non si dovrebbe fare male, non si dovrebbe fare senza una pianificazione, senza valutare tutti gli aspetti. Perché sì, è vero che bisogna, per esempio, vedere come si implementerebbe la connessione tra salute ed educazione all'interno di una scuola ordinaria; questo sarebbe fondamentale per molti alunni e alunne con disabilità nella scuola ordinaria. Quando abbiamo un minimo problema di comportamento, si dice in aula: come questo bambino, il comportamento non si sa gestire nelle aule ordinarie oggi. Quindi bisognerebbe fare una preparazione molto importante e anche guardare al modello che già esiste. Esiste un modello dove si stanno potenziando queste cose; io stessa sono stata nel collegio di Siviglia dell'ONCE, che aveva centri specifici per ciechi e che ora sta producendo una trasformazione completa, trasformandosi in centri di risorse che servono per orientare, ma continuano ad accogliere determinati alunni che possono avere necessità molto puntuali, e per un tempo, sempre per uno spazio temporale, per dare copertura. E questo coincide molto con una disposizione che credo sia in giro.

vedendo che tu mi stai raccontando se molte volte quando ho raccontato questo si dice è che i bambini arrivano non sono con un'altra disabilità che hanno più difficoltà il nostro che noi ma il primo riferendosi al modello in cui lo hanno fatto quel modello di voler trasformarsi di farlo poco a poco di andare riducendo i loro centri specifici e che non il personale che era in questi specifici che è un personale stupendissimo prezioso con un'esperienza incredibile va nel centro educativo ad assistere e dirci questo lo state facendo così così così saremmo tutti desiderosi che venga perché è lui che sa queste cose non il design universale per l'apprendimento di moda e già la normativa lo stanno inserendo e i centri negli insegnanti della norma triste che è obbligatorio ma a me nessuno ha detto allora non credete che siamo all'inizio di qualcosa che credete che si stia facendo abbastanza affinché questo discorso in cui sembra che tutti noi siamo d'accordo no ma che non è il discorso che realmente la società sta ascoltando in questi giorni credete che si stia iniziando ad aprire la strada in qualche modo qual è il futuro che vedete io sono super ottimista io spero ma tantissimo cioè io sono convinta che la campagna funzioni e il momento non potrebbe essere migliore e chiaro siamo in piena pandemia abbiamo riadattato il sistema educativo in tempo record pensiamo che sarà un assoluto disastro come devono affrontare i bambini il tema della mascherina dell'ordine delle classi bolla dicevamo di rosana si sente la verità si sta dimostrando che questo è proprio dove funziona meglio se questo che chi poteva se noi prevediamo una pandemia la mettiamo su carta scrivo tutte le possibilità tutto quello che dobbiamo fare per evitare il contatto tra i bambini non ci basta la vita sì lì ho il modello e lo abbiamo è che siamo è che possiamo è che volerla è crearla è che bisogna farlo e sono convinto magnifico cammino con programmi come il tuo e professionisti e gente meravigliosa come antonio come lucia dai io voglio crederci così io credo che con il video c'è stata molta ripercussione sociale è che la gente si renderà conto si sta rendendo conto di ciò che veramente serve e che volerla è crearla è che non farò un altro riferimento e io credo che questo video

abbia diffuso, credo di non aver scelto un momento a caso; penso sia un momento molto chiave, proprio per quello che dice Anna, anche per il tema della pandemia e subito prima che venga approvata una nuova riforma educativa che potrebbe cambiare un po' il modello che avevamo. Sembra, sembra che vada in una direzione molto lontana da quella che vogliamo, ma sembra che vada in quella direzione.

e beh, io credo che sia un momento adeguato. Guarda, quello che ti dicevo prima: ora sempre più normative nelle diverse comunità autonome stanno iniziando a implementare cose obbligatorie, a partire dal linguaggio. Ad esempio, nella Comunità Valenciana non si parla più di insegnante di pedagogia terapeutica, ma di pedagogia inclusiva, e il linguaggio è importante. Sembra di no, ma inizia a penetrare quando inizi a sentire quelle cose terapeutiche, che dobbiamo dare terapia, non a un bambino.

sembra che si stiano facendo dei passi, ma poi, come dici giustamente tu, nella politica si finisce per snaturare molto tutte queste cose, no? Perché la legge parla solo del fatto se lo spagnolo sia lingua veicolare o meno, e di non so quali altre storie che non ci riguardano così tanto, e non si parla, per esempio, del modello di inclusione, del modello che si intende affrontare, e tutte queste cose sono tristi da parte dei nostri politici. Beh, però nella classe docente, nella classe sociale, credo che si inizi a vedere un cambiamento, anche con l'aiuto della pandemia. Solo una piccola cosa: riguardo al tema della pandemia, notate che io lo dico molto ora nella formazione dei docenti che faccio, c'è stato un cambiamento molto importante nel concetto di bisogni educativi speciali, perché quando siamo stati confinati a casa, c'erano molti studenti che in aula potevano sembrare più brillanti, potevano ottenere voti migliori grazie a questo modello anche molto mnemonico che abbiamo qui, o per altre questioni, perché si lasciano guidare molto bene dalle indicazioni degli insegnanti, le evitano, ma quando erano a casa e i genitori magari non potevano o non sapevano seguirli, hanno iniziato a manifestare bisogni educativi speciali. E in molti altri casi, riferiti dagli stessi genitori, quegli studenti che avevano bisogni educativi speciali, che venivano da molto lavoro a casa, da molta routine e da molto sforzo, si sono adattati molto meglio a seguire gli insegnanti rispetto ad altri studenti. Quindi questo ci deve dare un indizio per renderci conto che i bisogni sono provocati dal contesto, non li ha lo studente, ma è il contesto a generare quei bisogni, e abbiamo la possibilità ora, rendendocene conto, di invertire tutti i contesti affinché tutti... beh, credo che sia una riflessione magnifica, Antonio, per poter concludere questa conversazione, che continuo a dire che non è conclusa, ma è come... beh, ascoltare un altro filosofo dell'inclusione, il fatto è che non c'è una meta, l'inclusione è il cammino che dobbiamo percorrere tutti insieme, così come non esiste una meta nella giustizia, non si è mai troppo giusti, non si è mai troppo inclusivi. Grazie mille a tutti e tre per aver condiviso con me questi minuti e spero che si continuino davvero a fare tante cose, che continuiamo a parlare, continuiamo a riflettere come abbiamo fatto noi durante questo tempo, perché io credo che sia da lì che inizieranno a emergere le basi per poter mettere in pratica sul campo ciò che vogliamo.

un tempo in cui non contavano i diritti né la vita della classe lavoratrice ma abbiamo voluto plaid

c'è stato un tempo in cui l'infanzia non aveva diritti in cui per proteggere bambini e bambine dai maltrattamenti bisognava ricorrere a leggi di protezione animale ma abbiamo voluto amore c'è stato un tempo in cui il colore di alcuni esseri umani li rendeva proprietà di altri un tempo in cui la società li discriminava e segregava ma abbiamo voluto libertà

c'è stato un tempo in cui metà della popolazione non era considerata composta da persone in cui il nostro corpo la nostra volontà e le nostre decisioni non erano nostre ma abbiamo voluto uguaglianza [Musica] c'è stato un tempo in cui si potevano abbandonare maltrattare ed eliminare impunemente persone con disabilità ma abbiamo voluto umanità c'è stato un tempo in cui per essere amare e desiderare liberamente ti chiudevano in un armadio in un manicomio o in una prigione ma abbiamo voluto diversità

c'è stato un tempo in cui le scuole segregavano gli studenti in base alla loro provenienza, etnia, classe sociale o abilità, un tempo in cui l'ONU ha accusato la Spagna di violare gravemente e sistematicamente il diritto all'istruzione di bambine e bambini con disabilità, e quel tempo è oggi, in cui abbiamo l'educazione inclusiva, volerla è crearla [Musica]

Documentario, Canal Málaga

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Notizie, La Sexta

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Audiodescrizione [AD]:- La presentatrice di La Sexta Noticias, insieme a una collega, presenta la notizia, in piedi dietro un tavolo alto.

E oggi, manifestazione a Madrid per rivendicare una scuola inclusiva.

Audiodescrizione [AD]:- Di seguito, con la voce fuori campo della presentatrice, si susseguono immagini della manifestazione a Callao, Madrid. 

 

Presentatrice:- Richiedono un sistema educativo basato sull'inclusione e sull'equità per i bambini con diverse abilità. Chiedono che abbiano le stesse opportunità e che venga insegnato loro allo stesso modo degli altri studenti, senza discriminazioni.

Audiodescrizione [AD]:-  La ripresa inquadra due persone a cui vengono fatte delle dichiarazioni.

Ignacio Calderón:- Non è solo che si impari di più nelle scuole inclusive, che si impari meglio nelle scuole inclusive. È che impariamo a vivere insieme, e questo è ciò di cui abbiamo bisogno.

Susana Fajardo:- Cambiare lo sguardo per non trovare nella diversità un problema, una difficoltà, bensì un nuovo modo di intendere la vita.

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